La GenZ veste second-hand

01 luglio 2026

Per oltre un secolo il lusso ha rappresentato l'apice dell'aspirazione sociale. Dagli sfavillanti anni ‘20 del Novecento – i celebri Roaring Twenties – fino ai primi decenni del XXI secolo, il possesso di un capo firmato o di un accessorio esclusivo è stato sinonimo di successo, prestigio e appartenenza a un'élite. Oggi, però, qualcosa sta cambiando e a guidare la rivoluzione all’interno del mondo della moda è la Generazione Z.

Il cambiamento non è soltanto culturale, ma è confermato dai numeri. Secondo il Resale Report 2025 di ThredUp, realizzato in collaborazione con la società di analisi GlobalData, il mercato globale dell'abbigliamento second-hand raggiungerà i 367 miliardi di dollari entro il 2029, crescendo a un ritmo significativamente superiore rispetto al mercato dell'abbigliamento tradizionale. Ancora più sbalorditivo è il dato relativo ai giovani: Gen Z e Millennials prevedono di destinare quasi il 46% del proprio budget per l'abbigliamento a prodotti di seconda mano, mentre il 55% dei giovani dichiara che, se trova un articolo usato, preferisce non acquistarlo nuovo. Non si tratta semplicemente di una scelta economica, certo, l'aumento del costo della vita pesa sulle decisioni d'acquisto, ma le motivazioni sono più profonde. La moda second-hand è diventata espressione di individualità, ricerca di pezzi unici e soprattutto attenzione alla sostenibilità ambientale – oltre che un ritorno al sempre amato vintage –. Per una generazione cresciuta con la consapevolezza della crisi climatica, acquistare un capo usato significa ridurne l'impatto ambientale e prolungarne il ciclo di vita, aderendo ai principi dell'economia circolare.


Il contrasto con il secolo scorso è evidente. Negli anni successivi alla Prima guerra mondiale, i Roaring Twenties inaugurarono un'epoca di consumi sfrenati senza precedenti. La crescita economica, l'industrializzazione e la nascita dei grandi marchi della moda alimentarono una nuova cultura dell'ostentazione: l'abito non era soltanto un indumento, ma un status-symbol. Questa filosofia si è rafforzata nel secondo dopoguerra e ha raggiunto il culmine tra gli anni ‘80 e 2000, quando il lusso è diventato fenomeno globale, sostenuto dalla pubblicità, dalle celebrity e dalla diffusione dei loghi come emblema del successo personale. Oggi il paradigma si sta invertendo: anche il settore del lusso riconosce che il comportamento dei consumatori sta cambiando. Bain & Company evidenzia che il mercato del lusso ha perso circa 70 milioni di clienti rispetto al 2022, complice l'aumento dei prezzi e il progressivo allontanamento della clientela più giovane.

La Generazione Z, dunque, non sta rinunciando al lusso, ne sta ridefinendo il significato. Un capo vintage di alta qualità, con una storia alle spalle e un impatto ambientale notevolmente inferiore, può avere oggi un valore superiore rispetto a un prodotto appena uscito dalla boutique. L'esclusività non coincide più con il "nuovo", ma con l'autenticità, la durata e la capacità di distinguersi senza alimentare il consumo indiscriminato. Si tratta di una rivoluzione silenziosa, ma destinata a lasciare il segno. Se il Novecento è stato sinonimo di accumulo e ostentazione, il XXI secolo sembra avviarsi verso una nuova idea di ricchezza: quella che misura il valore non da ciò che si compra, ma da ciò che si riesce a preservare.

di Alessia Folli

Foto e video libere da copyright

https://www.youtube.com/watch?v=mRZznt6aaCA 

© RIPRODUZIONE RISERVATA copyright www.ilgiornaledelricordo.it 

News » MEMORIE DI MODA - Sede: Nazionale | mercoledì 01 luglio 2026