Emanuela Orlandi, rapita 40 anni fa

Memoria per Emanuela Orlandi, rapita 40 anni fa

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Emanuela Orlandi, rapita 40 anni fa

Emanuela Orlandi esce di casa verso le 16 diretta alla scuola di musica, in piazza Sant’Apollinare. Indossa una camicia bianca e jeans con bretelle, sulle spalle, uno zainetto di cuoio da cui spuntava un flauto. Siamo a Roma, 22 giugno 1983, quando i bus erano verdi, i taxi gialli. Quella stessa mattina Lech Walesa incontra Karol Wojtyla, Papa Giovanni Paolo II, e i cronisti di giudiziaria da mesi si erano buttati a capofitto sul crack del Banco Ambrosiano. 

Tra cronaca e storia 

Pietro, il fratello maggiore, si prepara al consueto sit-in del 22 giugno. Oggi - sono trascorsi 43 anni - sua sorella sarebbe una signora cinquantottenne, amante della musica classica. Per tutti, però, resta inchiodata alla foto di lei quindicenne, nel famoso manifesto con la fascetta tra i capelli. La figlia del messo pontificio è stata cercata da: magistrati, investigatori, giornalisti, criminologi e, negli ultimi due anni, anche da i 40 senatori e deputati della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Orlandi-Gregori. Che fosse accaduto qualcosa di grosso fu subito evidente nell’appartamento delle mura leonine in cui abitavano il fedele dipendente di papa Wojtyla, Ercole Orlandi, sua moglie Maria e i loro cinque figli. La penultima, Emanuela, studentessa di liceo scientifico, aveva telefonato dalla scuola di musica dicendo di aver ricevuto un’offerta di lavoro per una ditta di cosmetici, 375.000 lire per distribuire volantini in un solo pomeriggio. Cifra esorbitante, forse un messaggio criptato?

Papa Wojtyla e i servizi segreti

Le prime ipotesi arretrano di fronte ad altre più sfuggenti e inquietanti quando, tre sere dopo, i servizi segreti entrarono in casa Orlandi. Nelle orecchie l’italiano stentato di Karol Wojtyla che, il 3 luglio 1983, fa un primo appello. Poi ci sono le telefonate del cosiddetto “Amerikano” e le richieste di scambio tra l’ostaggio e Agca, infine l’ultimatum del 20 luglio. Arrivano, anche, sigle oscure come Fronte Turkesh e Phoenix, il contatto dei rapitori con il cardinal Casaroli, la trattativa, mai andata in porto, tra Italia e Santa Sede per la grazia ad Agca. Mirella Gregori, altra ragazza scomparsa circa un mese prima di Emanuela - che frequentava un bar di via Nomentana dove era cliente fisso un gendarme vaticano - è coinvolta nelle indagini.

Rapita dal Kgb per andare contro il Papa 

L’ipotesi dell’azione politico-terroristica, rafforzata dai precedenti pedinamenti di altre figlie di dipendenti della Santa Sede (il maggiordomo papale e il comandante della Gendarmeria), dall’allarme sequestri diramato nel 1982 dai servizi segreti francesi e dall’inconsueta circostanza del cambio di cittadinanza di Emanuela (che da cittadina italiana diventa cittadina vaticana) proprio a ridosso del sequestro, sembra a chi indaga la più verosimile. Emanuela Orlandi sequestrata da spie venute dal freddo, per mano del Cremlino e del Kgb, per rallentare l’anticomunismo del papa polacco. 

Entra in scena lo Ior

La cattiva gestione dello Ior di monsignor Marcinkus, che aveva portato alla bancarotta l’Ambrosiano di Roberto Calvi, “suicidato” l’anno prima a Londra, potrebbe essere un altro movente. Anche perché così si concede alla malavita romana una pervicace influenza, a causa dei soldi versati in Vaticano e finiti in Polonia per finanziare il sindacato Solidarnosc. La soluzione sembra a portata di mano ma la  lunghissima indagine si concluse nel 1997 con un nulla di fatto. Malfattori turchi, uno 007 del Sismi di stanza a Monaco di Baviera e Raoul Bonarelli, gendarme vaticano, vennero prosciolti. Il giallo per qualche tempo restò inabissato, fino a che Ercole Orlandi ripartì all’attacco. «Mia figlia rapita dai servizi segreti», dichiarò nel 2001 «Sono stato tradito da chi ho sempre servito», confidò nel 2004, poco prima di morire.

La basilica di Sant’Apollinare

Nel 2005 a Chi l’ha visto? arriva questa telefonata«Per sapere che fine ha fatto Emanuela Orlandi andate a vedere chi è sepolto a Sant’Apollinare», confessa l’interlocutore in una telefonata con voce romanesca. La sepoltura del boss “Renatino” De Pedis apre scenari misteriosi e introduce nella sparizione la banda della Magliana. Nel 2008 sono indagati: l’ex rettore don Pietro Vergari e Sabrina Minardi, ex amante di De Pedis e presunta testimone della consegna di Emanuela a un prelato in fondo a una strada sotto il Gianicolo. Il complotto politico-spionistico comincia a perdere consistenza perché le ragazzine potevano essere finite male per ragioni più prosaiche: la consegna a tonache lussuriose a fini sessuali, oppure un brutale ricatto della banda della Magliana, interessata a rientrare dei soldi.

Entra in gioco Marco Accetti

Marco Accetti, classe 1955, figlio di massone, entra in gioco a marzo 2023. Cresciuto in collegi esclusivi, estremista di destra con amicizie a sinistra, quoziente intellettivo  superiore alla media, forti propensioni criminali e con fedina penale sporcata dall'omicidio stradale del piccolo Josè Garramon avvenuto nel dicembre 1984, già noto per la tendenza a contattare adolescenti e proporre loro book fotografici, confessa davanti al pm Giancarlo Capaldo: «Dottore, con l’età sono giunto a rivedere il mio passato. Il sequestratore e il telefonista del caso Orlandi-Gregori sono io». Movente? «Ci interessava favorire il dialogo con l’Est, le ragazze sarebbero dovute rientrare entro pochi giorni». Il gruppo di rapitori sembrerebbe composto da 007 deviati, esponenti della massoneria e della criminalità, religiosi in contrasto con la linea di Wojtyla. Accetti fornisce un’indicazione precisa: «I prelati coinvolti facevano parte del Consiglio degli affari pubblici della Chiesa».

Il flauto e le telefonate del superteste

Il superteste, a supporto delle sue dichiarazioni, consegna un flauto che la famiglia Orlandi identifica come quello di Emanuela e dimostra di conoscere l’esatta ubicazione delle cabine Sip da cui partirono le rivendicazioni del rapimento Il magistrato  Capaldo, che segue l’indagine, balza sulla sedia, perché Accetti rivela dettagli intimi mai emersi (il ciclo mestruale della quindicenne al momento di sparire) e, poi, decodifica un messaggio da Boston nel quale si rimandava all’oscura morte di Paola Diener, figlia dell’archivista vaticano, folgorata sotto la doccia nell’ottobre 1983. Ricorda che la sua giovanissima moglie era a Boston nel periodo in cui partirono quattro messaggi di rivendicazione, svela di un’intima amica «mia collaboratrice» nell’azione. Quindi dalla prova della sua voce si evince che è lui, il telefonista. Lo si riconosce a orecchio. Giallo risolto? Macché. 

L’inchiesta è archiviata

Il sistema istituzionale, politico e giudiziario a questo punto, siamo a fine 2013, si tira indietro. Da trent’anni tutti cercavano il famigerato “Amerikano”, in una nota del Sisde descritto come il grande burattinaio, “forse un ecclesiastico, di altissimo livello intellettuale, con notevoli capacità di manipolazione”, e ora che si è materializzato si finge di non vederlo. Forse riannodare il filo offerto da Marco Accetti con la sua confessione – che implica l’operatività di un nucleo spionistico all’ombra del Cupolone, guerre senza quartiere nelle sacre stanze, giri sessuali inconfessabili e persino possibili coperture ecclesiastiche nell’attentato del 13 maggio 1981 – scoperchierebbe qualcosa di incommensurabile. Meglio fare finta di niente. Parola d’ordine: ignorare. Nel 2015, nonostante il parere contrario del pm Capaldo che afferma nero su bianco di ritenere Accetti un «possibile serial killer», la seconda inchiesta viene archiviata. La decisione è del procuratore Giuseppe Pignatone, in seguito nominato presidente del Tribunale vaticano. Il memoriale di 60 pagine da lui consegnato in Procura non viene sottoposto a verifiche, sebbene in più passi descriva minuziosamente la dinamica del duplice sequestro. «Dispiace per le famiglie, ma per noi il caso è chiuso», scandisce in tv il cardinale Angelo Becciu. 

La bara di Katy Skerl “rubata”

Ma il reo confesso non ci sta. Io sarei un mitomane? State a sentire… L’8 settembre 2015 Accetti pubblica un post dal titolo “Cenotafio – un’eventuale tomba vuota”, in cui svela che la bara di Katy Skerl, 17enne assassinata il 21 gennaio 1984 a Grottaferrata, a suo dire da elementi della fazione opposta alla sua, è stata rubata. La tomba sarebbe vuota. Salma sparita. Per cancellare, fa intendere, tracce biologiche che potrebbero incastrare l’assassino. Di nuovo, nessuno gli crede e, non a caso, spuntano nuovi scenari: la pista di Londra, la lettera con l’invito a scavare “dove guarda l’angelo”, il cimitero Teutonico, le ossa nella Nunziatura di via Po, le gallerie sotto la Casa del jazz… Vicoli ciechi. Sforzi vani. Si cerca ovunque, meno che nella direzione indicata da un soggetto che, per quanto manipolatore e narcisista, nei fatti dell’83, al netto di bugie e depistaggi che gli andrebbero contestati, un ruolo di certo lo ha avuto. A luglio 2022, la Procura di Roma manda la polizia giudiziaria al Verano. Sopralluogo-lampo, basta spostare la lapide: il fornetto è vuoto. La salma è stata rubata e chissà dove l’hanno nascosta. Il reo confesso tanto mitomane non era.

Nasce la Commissione parlamentare

La macabra novità, inserita in un giallo-sciarada colmo di messaggi cifrati, impone un cambio di passo. Il combinato disposto della nuova inchiesta sul giallo Skerl, il lavoro avviato nel 2024 dalla Commissione parlamentare e gli accertamenti del pm Stefano D’Arma, che di recente ha ripreso le fila dell’intrigo, convocando numerose persone a Palazzo di giustizia, portano a un quadro nitido e supportato da riscontri. Emanuela Orlandi e Mirella Gregori finirono per ingenuità adolescenziale in una trappola feroce. Le amiche di Emanuela e Mirella sapevano qualcosa sul loro progetto di allontanarsi da casa, come dimostrano le gravi reticenze, tanto che una, Laura Casagrande, mesi fa è stata indagata per false informazioni al pm, e un’altra, Sonia De Vito, lo fu al tempo della prima inchiesta. Ma il mancato ritorno si trasformò presto in un doppio sequestro. Chi le aveva adescate? Accetti, all’epoca neanche trentenne, parlantina sciolta e fascino da artista, ha verbalizzato di averle conosciute entrambe. E ora è emerso che frequentava anche Katy. La ragazza potrebbe aver partecipato alle azioni di recluting ed essere stata uccisa perché sapeva troppo. Roberto Morassut, vicepresidente della Commissione, ritiene, in alternativa, che l’adescatore sia stato tale Felix Welner, talent scout polacco implicato nel cinema a luci rosse, che giorni prima aveva avvicinato Federica, la sorella di Emanuela. A Luglio 2023, poi, esplode il caso delle molestie, risalenti al 1978, dello zio Mario Meneguzzi ai danni della sorella maggiore di Emanuela. Un’ombra sulla famiglia. Pietro e la stessa Natalina reagiscono convocando una conferenza stampa: «Una volgare montatura».  

Rapimento a scopo sessuale?

Il Grande Depistaggio attuato con le telefonate dell’Amerikano che chiamavano in causa Agca a dimostrare che qualcosa di spaventoso covava sotto la cenere, tanto da rendere necessario alzare una gigantesca cortina fumogena che confondesse l’opinione pubblica. L’autore delle telefonate - che oggi  conosciamo, anche grazie al sigillo delle perizie foniche - fu Accetti, lui stesso un “depistaggio vivente” utile da mandare avanti per avviare operazioni sporche. Ma cosa si voleva coprire? E i mandanti? La Commissione parlamentare, dopo aver audito 122 testimoni, pare orientata verso il ratto a scopo sessuale. Accetti, tornato di recente al centro dell'attenzione investigativa come un inquietante fantasma rispuntato dalla finestra, lo scorso 26 marzo 2026 è stato sentito per sette ore, in seduta segreta. In queste ore si parla di nuovi avvisi di garanzia a suo carico. Padre Amorth, il famoso esorcista, nel 2012 dichiarò: «Penso a un delitto a sfondo sessuale. In Vaticano venivano organizzati festini che coinvolgevano personale delle ambasciate. Ritengo che Emanuela sia finita vittima di quel giro».

Quindi il movente più accreditato è il rapimento a scopo sessuale ma, una volta tenute fuori casa con la forza, non è affatto da escludere che Emanuela e Mirella siano state vittime di un uso per così dire multitasking, utile a più ricatti, svolti sotto traccia, contro la linea del papa polacco o le malversazioni finanziarie. Potere, soldi, sesso, ragione di Stato. Nulla di nuovo sotto il sole.

di Roberto Dall'Acqua

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