Una ragazza di vent’anni è stata presa in carico dal Servizio per le dipendenze dell’azienda sanitaria Ulss 3 Serenissima di Venezia per una dipendenza comportamentale sviluppata nei confronti dell’intelligenza artificiale.
La specificità di questa vicenda rispetto ad altre dipendenze digitali già trattate dai Serd — gaming, shopping online, social network — sta nel tipo di legame che si instaura con il sistema di AI. La primaria del Serd veneziano, Laura Suardi, ha spiegato il meccanismo: “L’algoritmo, man mano che impara a conoscerti, sa dare delle risposte che corrispondono a quanto vorresti sentire, anche molto più di un tuo coetaneo, rafforzando progressivamente quella che sembra essere una relazione amicale.” Il problema, secondo Suardi, emerge quando questa dinamica smette di essere complementare alla vita sociale: “Diventa un problema quando non la si sa gestire, quando diventa un unico orizzonte di riferimento.”
Il caso a Venezia non arriva in un vuoto di letteratura scientifica. Pochi giorni fa il Servizio di Ricerca del Parlamento Europeoha pubblicato il documento "Health and wellbeing in the age of artificial intelligence", che elenca esplicitamente tra i rischi per la salute mentale dei giovani la dipendenza emotiva dai chatbot, il pensiero delirante e, nei casi più gravi, l'ideazione suicidaria.Il rapporto cita uno studio del 2025 secondo cui i chatbot "generalmente non sono attrezzati per fornire una risposta clinica adeguata" e possono in certi casi "aggravare una crisi di salute mentale". Sullo sfondo, i dati Eurostat del 2025 mostrano che il 63,8% dei giovani europei tra i 16 e i 24 anni usa già strumenti di AI generativa, una quota quasi doppia rispetto alla media della popolazione adulta.
Un’indagine condotta su 3.800 giovani tra gli 11 e i 25 anni in Francia, Germania, Svezia e Irlanda ha rilevato che uno su due discute con i chatbot di argomenti intimi, mentre solo il 32% sa cosa accade ai propri dati. Ricerche parallele dell’Università di Stanford hanno documentato che i sistemi di AI emotivamente immersivi, usati da soggetti vulnerabili, possono “rinforzare la ruminazione, la disregolazione emotiva e l’uso compulsivo”.
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