Guerrilla Filmmaking, nuovo modo di fare cinema
07 settembre 2026
Pochi soldi, troupe ridotte, location reali e una buona dose di inventiva. Il guerrilla filmmaking è una filosofia produttiva che trasforma i limiti economici in strumenti creativi. Da Clerks a Tangerine, la storia del cinema dimostra che, talvolta, per realizzare un film non serve una grande macchina produttiva: basta semplicemente una bella idea.
In cosa consiste il fenomeno?
Fare cinema è sempre stata un'attività complessa e costosa: una troupe numerosa, le attrezzature, le location, i permessi, le scenografie, i costumi, il montaggio e la post-produzione costituiscono una macchina produttiva che può richiedere risorse considerevoli. Eppure, parallelamente a questa industria, esiste da decenni un'altra maniera di concepire la realizzazione cinematografica: più piccola, più agile e spesso radicalmente indipendente.
È il guerrilla filmmaking, letteralmente “cinema guerriglia”. Non si tratta di “fare un film con pochi soldi”, ma di lavorare seguendo una vera e propria filosofia produttiva: trovare soluzioni creative quando le risorse sono insufficienti, adattare la sceneggiatura alle circostanze e trasformare un limite in una possibilità estetica.
Quali sono le caratteristiche principali?
Il guerrilla filmmaking non ha un regolamento preciso. Esistono però alcuni elementi che ricorrono frequentemente:
- Budget molto basso: il film può essere autofinanziato o realizzato con risorse estremamente limitate.
- Troupe ridotta: poche persone ricoprono più ruoli contemporaneamente.
- Location reali: strade, appartamenti, negozi, locali e altri spazi quotidiani sostituiscono i set costruiti.
- Attrezzatura leggera: videocamere compatte, fotocamere digitali o smartphone permettono di muoversi rapidamente.
- Tempi di ripresa ridotti: le scene vengono spesso girate velocemente, soprattutto negli spazi pubblici.
- Improvvisazione: il piano di lavorazione può essere modificato in base a ciò che accade sul momento.
- Creatività come sostituto del denaro: ciò che non può essere acquistato deve essere inventato.
Il regista, in questo tipo di produzione, può quindi trovarsi a svolgere contemporaneamente molti ruoli: autore, produttore, operatore, montatore e organizzatore. La caratteristica fondamentale è però una: il film viene adattato alle risorse disponibili, anziché essere costruito esclusivamente sulla base di ciò che si vorrebbe avere.
Cinema “guerrilla”
Il termine richiama la guerriglia, cioè una forma di combattimento caratterizzata da piccoli gruppi estremamente mobili che operano con risorse limitate e sfruttano la conoscenza del territorio e l'elemento sorpresa.
Nel cinema il concetto viene utilizzato in senso metaforico. Una produzione tradizionale può richiedere settimane di preparazione per girare una scena in una strada cittadina: permessi, chiusure, sicurezza, attrezzature, numerosi membri della troupe. Una troupe guerrilla, invece, può invece essere composta da pochissime persone, con una videocamera facilmente trasportabile e un'organizzazione molto più agile.
L'obiettivo è ridurre al minimo la macchina produttiva. Questo permette anche di catturare ambienti reali con maggiore spontaneità. Una troupe numerosa modifica inevitabilmente lo spazio in cui lavora; una troupe di poche persone può invece inserirsi nell'ambiente con maggiore discrezione.
È importante, però, chiarire un equivoco: guerrilla filmmaking non significa necessariamente girare illegalmente. Alcuni cineasti possono scegliere di lavorare senza autorizzazioni in determinate situazioni, ma l'elemento fondamentale del fenomeno non è l'illegalità, è la ricerca di un modo più autonomo, economico e flessibile di produrre un film.
Alcuni esempi
Se si parla di guerrilla filmmaking, è difficile non pensare a Clerks (1994), scritto e diretto da Kevin Smith. Il film racconta una giornata nella vita di due commessi e si svolge principalmente all'interno di un piccolo convenience store del New Jersey. La particolarità è che quel negozio era il luogo in cui Smith lavorava realmente. Invece di cercare una grande location cinematografica, il regista trasformò un ambiente quotidiano in un set. Anche l'estetica del film riflette le sue condizioni produttive: il film è girato in bianco e nero, presenta una fotografia semplice e utilizza spazi estremamente limitati. È proprio questo uno degli aspetti più interessanti del guerilla filmmaking: quando non puoi permetterti di nascondere i limiti della produzione, puoi fare una scelta diversa e trasformare quei limiti in stile. Il negozio non è semplicemente una location economica, diventa il mondo stesso del film.
Se Clerks rappresenta il guerrilla filmmaking degli anni Novanta, Tangerine mostra come il fenomeno sia stato trasformato dalla rivoluzione digitale. Il film di Sean Baker, presentato al Sundance Film Festival nel 2015, venne girato utilizzando tre iPhone 5s. La scelta dello smartphone non fu soltanto una trovata originale, una videocamera così piccola consentiva alla troupe di muoversi rapidamente attraverso Los Angeles e di lavorare con una discrezione molto maggiore rispetto a una produzione cinematografica tradizionale. Il risultato è particolarmente significativo perché dimostra quanto la tecnologia abbia modificato il concetto stesso di produzione indipendente. Un tempo il costo della pellicola, delle cineprese e delle attrezzature rappresentava una barriera considerevole, oggi uno smartphone può essere contemporaneamente macchina da presa, registratore audio, monitor e strumento di produzione.
Clerks , 1994 (sopra), Tangerine, 2015 (sotto)
La vera rivoluzione è mentale
In fin dei conti, guerilla filmmaking non significa utilizzare una videocamera particolare, avere un determinato budget o seguire un insieme preciso di regole, vuol dire soprattutto pensare al cinema in un modo diverso, completamente rivoluzionario.
Un appartamento può trasformarsi in un set, una semplice strada in una scenografia, uno smartphone può diventare una macchina da presa, un limite economico una scelta estetica e un gruppo di amici può trasmutarsi in una spettacolare troupe cinematografica.
Le esperienze di Kevin Smith e Sean Baker appartengono a periodi storici e tecnologici molto diversi, ma condividono la stessa idea di fondo: non è sempre necessario possedere tutto ciò che normalmente associamo a una produzione cinematografica per iniziare a raccontare una storia.
Forse proprio qui che risiede la forza del guerrilla filmmaking: non nella povertà dei mezzi, ma nella capacità di trasformare la necessità in invenzione.
di Alessia Folli
Foto e video liberi da copyright
https://www.youtube.com/watch?v=N_LLplxASuI
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