Il Diavolo Veste Prada 2, nuova sfumatura di ceruleo

01 maggio 2026

Il 29 aprile è uscito al cinema Il Diavolo Veste Prada 2, l’attesissimo sequel dell’omonimo film del 2006. A distanza di vent’anni Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci tornano nei loro iconici ruoli, per raccontare una nuova fase delle loro vite, profondamente segnata dal tempo e dai cambiamenti del mondo della moda e dell’informazione.

In questo secondo capitolo il punto di vista resta filtrato da Andy Sachs. Diventata una giornalista affermata, Andy si trova improvvisamente a fare i conti con un licenziamento che sembra segnare una battuta d’arresto nella sua carriera. Tuttavia, per una serie di coincidenze quasi impensabili – quel tanto evocato “fato” che sembra guidare le svolte decisive – viene assunta nella redazione della celeberrima Runway come features editor. Il suo compito è tutt’altro che semplice: salvare la rivista da un grave scandalo che rischia di comprometterne definitivamente la credibilità e l’esistenza stessa.

Il film è innovativo ed estremamente attuale: pone al centro il tema del giornalismo, interrogandosi su cosa rimane ai giornalisti oggi, ma anche sui cambiamenti che questo settore ha subito con l’avvento della tecnologia e dei social media. All’iconico cercapersone del 2006 si sostituisce lo smartphone, al posto delle edizioni cartacee della rivista subentrano versioni online, fatte di click e “mi piace”. Non importa quanto l’articolo di Andy sia scritto bene o no, se non ha risonanza mediatica, non ha valore. In questo senso, aggiornare Runway al 2026 era non solo opportuno, ma necessario: in vent’anni il modo di informarsi è cambiato drasticamente e sarebbe apparso ormai anacronistico raccontare un mondo fatto esclusivamente di edicole, carta stampata e ritmi editoriali tradizionali, ignorando la pressione costante dell’algoritmo e dell’attenzione digitale.

Uno degli aspetti più emozionanti del film è senza dubbio l’ambientazione italiana: diverse scene infatti sono state girate proprio a Milano durante la Fashion Week di settembre 2025. Nella Pinacoteca di Brera si tiene il fashion show di Runway con una Lady Gaga nei panni di se stessa, pronta a firmare la colonna sonora della sfilata. Le riprese si estendono anche all’Hotel di Palazzo Parigi, al ristorante Il Salumaio in via Montenapoleone – con un cameo di Donatella Versace – fino ad arrivare a Villa Balbiano a Ossuccio sul lago di Como.

Gli outfit restano uno degli elementi più caratteristici del film e anch’essi seguono le tendenze di questi ultimi anni. Le pellicce e i grandi loghi riconoscibili a chilometri di distanza, come la borsa di Prada del primo capitolo, lasciano spazio alla discrezione, alla qualità, alla sottrazione – al cosiddetto “quiet luxury”, una moda meno appariscente ma più consapevole, che riflette le nuove sensibilità del settore –.

Tuttavia, seppur sia un film ben riuscito, con un cast impeccabile, location da urlo e dialoghi ben scritti, rimangono alcuni interrogativi non trascurabili.

In primo luogo, Miranda Priestley ride e si addolcisce. Il suo personaggio appare profondamente cambiato: sorride, si lascia andare, mostra una vulnerabilità che nel primo film era quasi impensabile, visto che comunicava approvazione o disappunto soltanto attraverso minime espressioni del volto:

Nigel: “C'è una scala. Un cenno buono, due cenni molto buono. C'è stato un solo vero sorriso registrato ed è stato per Tom Ford nel 2001. Se non le piace scuote la testa. Poi ovviamente c'è l'increspatura delle labbra.”

Andy Sachs: “Che significa?”

Nigel: “Catastrofe.”

(da Il Diavolo Veste Prada, 2006)

Ora invece il suo sarcasmo pungente diventa “scherzoso”, la sua andatura sicura e dominante un passo che “si lascia andare” quasi passivamente. Soltanto nella seconda metà del film riprende in mano le redini della propria vita e si attiva. Da qui nasce una domanda inevitabile: è una scelta voluta quella di mostrare fino in fondo e quasi in modo iperbolico la parabola decrescente della boss di Runway, arrivata a dover appendere il proprio cappotto da sola, senza poter scaricare questa enorme difficoltà alle sue assistenti (causa rimproveri da parte delle risorse umane)? E se sì, a che prezzo? Bisognava dimostrare che nessuno è infallibile, neanche Miranda?

In vent’anni, certo, tutto può cambiare, ma fino a che punto? Forse è proprio questo uno dei maggiori elementi a favore della regia: invece di tentare di replicare l’iconicità del primo film – un lavoro praticamente impossibile – sceglie di ribaltarla. Ora c’è più significato, più valore. I modelli estetici sono cambiati: dalla magrezza estrema degli anni 2000 in cui la taglia 42 “è la nuova 56”, si passa a un ideale di bellezza più sano, inclusivo e realistico. Poi cambia la centralità del lavoro: nel 2006 era il vero protagonista della vicenda, qui diventa quasi uno sfondo, mentre emergono con più forza affetti, relazioni e dimensione emotiva, che nel primo capitolo rimanevano in secondo piano o impliciti.

Il Diavolo Veste Prada 2 è senza dubbio un film da vedere. Ha diviso il pubblico: c’è chi lo ha amato e chi lo ha criticato aspramente. Eppure forse è proprio questa la sua forza, perché al di là delle opinioni una cosa appare chiara: più che un semplice film, è il ritratto di un mondo che cambia e di un’identità che si sgretola. È “una lettera d’addio al giornalismo travestita da sequel”, come scrive Rolling Stone Italia, e, proprio come tutte le lettere d’addio, non offre risposte ma lascia dietro di sé una domanda sospesa: cosa resta quando un golfino che sembrava semplicemente azzurro cambia radicalmente e assume una nuova, completamente diversa, sfumatura di ceruleo?

di Alessia Folli

Foto e video liberi da copyright

https://www.youtube.com/watch?v=zbjennafkiM

© RIPRODUZIONE RISERVATA copyright www.ilgiornaledelricordo.it 

News » CINEMATOGRAFANDO - Sede: Nazionale | venerdì 01 maggio 2026