La generazione Z accecata dall’IA?

26 luglio 2026

Fino a pochi anni fa sembrava fantascienza, oggi l’intelligenza artificiale entra in corsia e trasforma l'assistenza sanitaria migliorando la diagnostica, personalizzando le cure e velocizzando i processi e la ricerca scientifica. La medicina cambia pelle, non sostituisce il medico, ma lo affianca, offrendogli strumenti tecnologici sempre più sofisticati. In questo speciale - solo uno dei lavori sull'AI che RaiNews.it Interactive Storytelling sta pubblicando in modo seriale - raccontiamo la rivoluzione nel campo della medicina, salute e benessere, analizzando casi concreti già in uso nella pratica clinica, quelli in via di sperimentazione e gli scenari futuri, esaminando opportunità, sfide e rischi.
 

Una ragazza di vent’anni è stata presa in carico dal Servizio per le dipendenze dell’azienda sanitaria Ulss 3 Serenissima di Venezia per una dipendenza comportamentale sviluppata nei confronti dell’intelligenza artificiale.
La notizia non riguarda soltanto un caso clinico isolato: mette a fuoco una trasformazione silenziosa nei modi in cui una parte della generazione più giovane costruisce relazioni sociali reali.

Il caso veneziano

La specificità di questa vicenda rispetto ad altre dipendenze digitali già trattate dai Serd — gaming, shopping online, social network — sta nel tipo di legame che si instaura con il sistema di AI. La primaria del Serd veneziano, Laura Suardi, ha spiegato il meccanismo: “L’algoritmo, man mano che impara a conoscerti, sa dare delle risposte che corrispondono a quanto vorresti sentire, anche molto più di un tuo coetaneo, rafforzando progressivamente quella che sembra essere una relazione amicale.” Il problema, secondo Suardi, emerge quando questa dinamica smette di essere complementare alla vita sociale: “Diventa un problema quando non la si sa gestire, quando diventa un unico orizzonte di riferimento.”

L'allerta europea

Il caso a Venezia non arriva in un vuoto di letteratura scientifica. Pochi giorni fa il Servizio di Ricerca del Parlamento Europeoha pubblicato il documento "Health and wellbeing in the age of artificial intelligence", che elenca esplicitamente tra i rischi per la salute mentale dei giovani la dipendenza emotiva dai chatbot, il pensiero delirante e, nei casi più gravi, l'ideazione suicidaria. Il rapporto cita uno studio del 2025 secondo cui i chatbot "generalmente non sono attrezzati per fornire una risposta clinica adeguata" e possono in certi casi "aggravare una crisi di salute mentale". Sullo sfondo, i dati Eurostat del 2025 mostrano che il 63,8% dei giovani europei tra i 16 e i 24 anni usa già strumenti di AI generativa, una quota quasi doppia rispetto alla media della popolazione adulta.

Il profilo del rischio tra i giovani

Un’indagine condotta su 3.800 giovani tra gli 11 e i 25 anni in Francia, Germania, Svezia e Irlanda ha rilevato che uno su due discute con i chatbot di argomenti intimi, mentre solo il 32% sa cosa accade ai propri dati. Ricerche parallele dell’Università di Stanford hanno documentato che i sistemi di AI emotivamente immersivi, usati da soggetti vulnerabili, possono “rinforzare la ruminazione, la disregolazione emotiva e l’uso compulsivo”.

di Vittorio Esperia 
 

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