Villa Necchi Campiglio, scrigno di stile

21 settembre 2026

C’è un posto nel cuore di Milano dove l’architettura non è soltanto una delle sette arti, ma un vero e proprio stile di vita. Si tratta di Villa Necchi Campiglio, situata in via Mozart, appena fuori da Corso Venezia. Oggi è attualmente nelle accurate e gentili mani del FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano), a seguito della donazione ricevuta da Gigina Necchi Campiglio e Nedda Necchi, nel 2001. Villa Necchi è un luogo che trasuda arte e storia da tutti i pori, non solo perché racconta di un particolare momento di vita di una delle famiglie borghesi più facoltose di Milano, ma perché dietro le sue pareti si nascondono contese estetiche degne delle più grandi mostre d’architettura del mondo.

Villa Necchi Campiglio fu costruita tra il 1932 e il 1935 per la famiglia di imprenditori pavesi Necchi-Campiglio da Piero Portaluppi. L’architetto progettò una dimora che era, insieme, manifesto della modernità milanese e dichiarazione di status: una geometria rigorosa, superfici preziose, dettagli déco e una dotazione tecnologica d'avanguardia – si pensi che la piscina presente nel giardino della Villa è la prima piscina privata d’Italia e la prima piscina riscaldata in Europa – componevano un'idea di lusso che non ha bisogno di ostentazione, perché era la tecnologia stessa a certificarne la contemporaneità.

Tuttavia l’interpretazione di Portaluppi non convinse appieno la famiglia, che chiese alcune modifiche, come la rimozione del soffitto a losanghe. Perciò, pochi anni dopo, a partire dal 1938 e poi nel dopoguerra, si ebbe l’intervento di Tomaso Buzzi, caratterizzato da una sensibilità radicalmente diversa: al rigore geometrico sostituì una maggiore morbidezza, alle superfici essenziali affianca tessuti, arazzi, arredi e citazioni della tradizione settecentesca e neoclassica. La casa cominciò così a parlare due lingue: quella di Portaluppi, che guardava alla modernità come promessa e quella di Buzzi, che guardava alla storia come repertorio.

L’architettura però non è l’unico elemento della Villa che colpisce il visitatore: infatti, ciò che sorprende di più è la sua funzione. Villa Necchi Campiglio non era pensata come dimora permanente della famiglia, ma come luogo di festa, uno spazio accogliente e familiare dove potersi ritrovare alla fine degli spettacoli presso il teatro La Scala di Milano. Dunque è coerente con questa visione la presenza di un fumoir e di tavoli da gioco con copertura rigorosamente verde. 

A Villa Necchi Campiglio anche le collezioni raccontano una storia di stratificazioni, gusto e appartenenza. L’arte figurativa gioca un ruolo essenziale: non solo un semplice decoro, ma una dichiarazione di intenti che ben si abbina al gusto moderno novecentesco dell’intero edificio. Le opere non sono raccolte in un museo separato dalla vita domestica, ma abitano gli stessi spazi per i quali furono pensate o nei quali sono state successivamente inserite, creando un dialogo continuo con l'architettura di Portaluppi e con le trasformazioni di Buzzi.

Tra i nuclei più significativi spicca la Collezione Claudia Gian Ferrari, importante testimonianza dell'arte italiana del Novecento, con opere di artisti come Mario Sironi, autore de La famiglia del pastore, e Arturo Martini, cui si deve L'Amante morta. È una presenza che introduce nella villa la forza della modernità artistica italiana, mettendo in relazione le geometrie dell'architettura con la ricerca figurativa del primo Novecento. Di segno diverso è la Collezione de' Micheli, dove il gusto per il Settecento si manifesta attraverso dipinti, arti decorative, mobili francesi di epoca Luigi XV e preziosi argenti, con opere di artisti come Rosalba Carriera. Se la collezione Gian Ferrari porta nella casa il Novecento, quella de' Micheli sembra invece instaurare un dialogo naturale con la sensibilità più storicista introdotta da Buzzi.

Perciò, se ci si lascia travolgere dall’arte e dalla storia, si desidera fare qualche passo nel lusso e immaginare l’atmosfera del tempo, Villa Necchi Campiglio non è solo un edificio storico, ma diventa un monito per il presente: l’architettura, quando è davvero capace di interpretare il proprio tempo, non si limita a costruire spazi, ma costruisce memoria, identità e nuovi modi di abitare il mondo.

«Di tutte le mie passate passioni, di tutte le variate tendenze, di tutti i variopinti pallini, di tutte le eclettiche manie, di tutte vi parlerò tranne dell'arte più comprensiva e completa, dell'arte che ho sempre coltivato e adorato, ma che ho sempre vilipeso e maltratto: 'Madre architettura'»Piero Portaluppi

di Alessia Folli

Foto di Alessia Folli e video libero da copyright

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