"Il Desiderio e la Legge", La Milanesiana
12 giugno 2026
Giovedì 4 giugno alle ore 21.00 presso la Fondazione del Corriere della Sera di Milano si è tenuta una delle serate più significative de La Milanesiana, la rassegna ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi, giunta alla sua 27esima edizione.
Uno sguardo su La Milanesiana
Quest’anno il festival si sviluppa attraverso 18 città italiane con oltre 60 appuntamenti, confermando la vocazione de La Milanesiana a interpretare il presente attraverso il dialogo tra discipline, persone e luoghi diversi. Il tema scelto per il 2026 è “Il Desiderio e la Legge” e affronta una delle tensioni più profonde e attuali della contemporaneità: il rapporto tra libertà individuale e regole collettive, tra responsabilità e autodeterminazione.
La Rosa dipinta da Franco Battiato, che fin dalla prima edizione è il simbolo de La Milanesiana, è stata rielaborata da Franco Achilli per rappresentare l’intreccio tra Desiderio e Legge: il fiore e il suo profumo evocano attrazione, movimento e immaginazione, mentre le spine e la struttura cristallizzata richiamano il limite, la norma e il rischio. Non c’è opposizione tra i due poli, perché è proprio la Legge a dare forma al Desiderio, rendendolo percepibile, intenso e significativo.
L’edizione è dedicata a Daniela Benelli e Dario Salvetti, scomparsi nel 2025, due persone che hanno visto nascere La Milanesiana e l’hanno amata e arricchita con il loro lavoro e la loro passione, e a Giorgio Gosetti, direttore del Noir in Festival e amico della rassegna.
Il programma è disponibile sul sito ufficiale (www.fondazionecorriere.corriere.it/iniziative/la-fondazione-per-la-milanesiana-2026/).
“La lettura, il desiderio, la libertà”
L’incontro del 4 giugno, realizzato in collaborazione con Fondazione BPM e Salone Internazionale del Libro di Torino, aveva per titolo “La lettura, il desiderio, la libertà”. In collaborazione con Fondazione BPM e il Salone del Libro di Torino, la serata coinvolgeva diversi ospiti: Annalena Benini, Direttrice del Salone del Libro, Ferruccio De Bortoli, giornalista e Presidente della Fondazione Corriere della Sera, Rabih Alameddine, scrittore e pittore libanese (naturalizzato statunitense) e autore del libro “La vera storia di Raja il Credulone (e di sua madre)”, in libreria il 2 giugno per La nave di Teseo e vincitore del National Book Award 2025 e a chiudere l’appuntamento il concerto di Uri Caine, pianista eclettico e raffinato, che quest’anno festeggia i 70 anni.
Durante l’evento si sono tenute due importanti letture, il prologo di Ferruccio De Bortoli e il testo di Rabih Alameddine, seguite da un momento di dialogo tra i due autori.
La libertà come responsabilità
«Il dolore degli altri, reso acuto e straziante da una guerra alle porte dell’Europa, scuote le coscienze individuali e solleva antiche paure che credevamo ormai sepolte nelle memorie familiari. Siamo solidali e generosi con il popolo ucraino, aggredito da Putin, ed è encomiabile lo slancio dell’accoglienza di fronte all’esodo di profughi più massiccio dalla fine della Seconda guerra mondiale. Anche da parte di chi, specie nell’Est Europa, aveva eretto, vantandosene, barriere di filo spinato per respingere disperati in fuga da altre tragedie o, in casa nostra, invocava blocchi navali, voltando lo sguardo altrove. Il dolore non ha latitudine né colore della pelle. E non esiste una graduatoria del valore delle vite. Anche se a perderle è qualcuno più vicino a noi, più simile a noi, parte irrinunciabile della nostra storia europea. Come ci comporteremo, d’ora in poi, con chi fugge da guerre e carestie (indotte anche dall’attuale conflitto) e approda lungo le nostre coste? Ma c’è un’altra domanda che dobbiamo fare a noi stessi, confidando in un sussulto di sincerità. Quanto saremmo disposti a pagare, in termini di sacrifici, per difendere le libertà e i diritti di altri che mai come in questo momento, scopriamo essere fragili come i nostri? E basta il timore di rimanere al freddo, di rinunciare anche a un briciolo del nostro benessere, delle nostre comodità, per mettere in discussione la sacralità di quei principi e giustificare sempre il «sano realismo» delle convenienze? L’appeasement 2.0. Non avendole conquistate noi, quelle libertà, ma altre generazioni, non è fuori luogo avanzare il dubbio sul loro valore di scambio.» (Ferruccio De Bortoli)
Nel suo intervento, De Bortoli riflette sul significato della solidarietà e sul valore delle libertà democratiche in un’Europa nuovamente attraversata dalla guerra. Partendo dal conflitto in Ucraina e dalla risposta dell’opinione pubblica europea, il giornalista pone una domanda scomoda ma necessaria: “Quanto saremmo disposti a pagare, in termini di sacrifici, per difendere le libertà e i diritti di altri?”.
Le sue parole mettono in discussione la fragilità delle convinzioni occidentali quando queste entrano in conflitto con il benessere individuale. Ferruccio De Bortoli invita a interrogarsi sul rischio che principi considerati inviolabili diventino negoziabili di fronte alle difficoltà economiche, alla paura o alla perdita di privilegi acquisiti. La libertà, suggerisce, non è un bene garantito per sempre, ma una conquista che richiede impegno, responsabilità e memoria storica.
L’arte davanti all’orrore
«Sofferenza ovunque. Jack Gilbert scrisse queste parole come incipit della sua poesia, “Memorandum per la difesa”. Non le intendeva in senso metaforico. Si riferiva ai bambini che morivano di fame con le mosche dentro le narici. Intendeva quello che intendiamo noi tutti quando guardiamo il mondo senza battere ciglio.Oggi giorno trasmettiamo i genocidi in diretta streaming. Non abbiamo più bisogno di immaginare gli orrori. Possiamo assistervi in tempo reale su minuscoli schermi infilati nelle nostre tasche. Possiamo sentire una bambina di cinque anni mentre dice il mondo intero che tutte le persone all'interno dell'auto sono morte.lei ci supplica, rivolgendosi a noi che disponiamo di immagini e voce portata di scroll, divenire in suo soccorso.Ci sta aspettando, ferita e sola. Un carro armato israeliano fa fuoco crivellando l'auto con 355 colpi. Gli israeliani sparano 64 proiettili in soli sei secondi per essere sicuri che sia morta. 355 colpi sono parecchi, tuttavia sono i 64 proiettili insulina sei secondi che continuano ad angosciarmi. Qualcuno da qualche parte stava tenendo il conto. Carneficina ovunque.Il mio paese, gli Stati Uniti sta bombardando il mio paese, il Libano. Le bombe sono prodotte venduti in America e pagate dalle tasse degli americani, le mie tasse. Ho passato la mia vita in equilibrio sulla congiunzione tra queste due parole, libanese e americano, e non l'ho mai sentita così breve, così tesa e prossimo la rottura. Dargli un senso. Non ci riesco. Ho smesso di provare a dargli un senso, cercando invece di essere solo uno spettatore, che forse la cosa più antica e necessaria che sia mai stata richiesta all'arte.Quando pensa alle generazioni più giovani – e alla mia età tutti sembrano più giovani – mi ritrovo a rivolgermi una domanda cui non riesco a sottrarmi. Cosa ne ho fatto del giardino che mi è stato affidato?» (L’arte in tempi terribili, Rabih Alameddine)
Se De Bortoli guarda alla coscienza civile europea, Rabih Alameddine sposta lo sguardo sulla sofferenza universale e sulla responsabilità dello spettatore contemporaneo. Partendo dai versi del poeta Jack Gilbert, lo scrittore descrive un mondo in cui la guerra e la violenza non sono più eventi lontani, ma immagini che scorrono incessantemente sugli schermi dei nostri telefoni. Alameddine racconta l’orrore attraverso episodi concreti, restituendo il peso umano delle statistiche e dei conflitti.
La sua riflessione assume una dimensione profondamente personale quando parla della propria identità sospesa tra Libano e Stati Uniti, due appartenenze che la guerra rende inconciliabili. Di fronte a una realtà che sembra sottrarsi a ogni possibilità di comprensione, lo scrittore individua nell’arte uno spazio essenziale, non tanto per spiegare il mondo, quanto per continuare a osservarlo senza distogliere lo sguardo.
Due voci, un’urgenza comune
Pur partendo da prospettive differenti, le riflessioni di Ferruccio De Bortoli e Rabih Alameddine finiscono per incontrarsi nello stesso punto: la responsabilità. Da un lato, De Bortoli chiede quanto siamo disposti a perdere per difendere la libertà, dall’altro, Alameddine ci domanda che cosa stiamo facendo del mondo che ci è stato affidato. Entrambi rifiutano l’indifferenza e chiamano il pubblico a una presa di coscienza. La libertà evocata dal titolo della serata non appare come un diritto acquisito una volta per tutte, ma come una scelta quotidiana che richiede coraggio, memoria e partecipazione.
In questo dialogo tra politica e letteratura, tra cronaca e testimonianza, emerge forse il significato più profondo del tema de La Milanesiana. Il Desiderio e la Legge non sono soltanto categorie filosofiche: sono le forze che orientano il nostro modo di stare nel mondo. Il desiderio di giustizia, di pace e di umanità ha bisogno di una responsabilità che gli dia forma, mentre la legge, senza quel desiderio, rischia invece di trasformarsi in una regola vuota.
Allora le domande lasciate in eredità dalla serata continuano a risuonare oltre le mura della Fondazione del Corriere della Sera: quanto valore attribuiamo davvero alla libertà? E quale traccia stiamo lasciando nel giardino che ci è stato affidato? Tra queste due domande si apre lo spazio della nostra coscienza, l’unico vero luogo in cui il presente chiede a ciascuno di scegliere cosa fare.
di Alessia Folli
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