Meolo, marijuana in casa per la compagna malata
21 settembre 2025
VENEZIA – In una casa di Meolo, tra l’eco dei giorni ordinari e il silenzio dei vicoli, crescevano tre piante di marijuana. Una quarta si arrampicava sul terrazzo, come a cercare un orizzonte che l’uomo che le coltivava non poteva concedersi.
I carabinieri, avvertiti da un vicino, hanno scoperto la piccola serra domestica. Con le piante c’era anche un sacchetto con sette etti di “erba”, un bilancino di precisione e vari sacchetti. Tutti strumenti concreti di un gesto che, pur illegale, aveva radici nella necessità: curare la compagna malata di tumore al pancreas.

L’uomo, 41 anni, ex operaio, incensurato, ha raccontato ai militari, e poi al giudice, la sua storia con una semplicità disarmante: “Mi servivano soldi per le cure della mia compagna”. La donna è morta. E con lei è morto anche il senso di quella piccola attività che aveva trasformato la casa in un laboratorio di speranza e dolore.
Davanti al gip Benedetta Vitolo, l’arresto è stato convalidato, ma la detenzione non è stata ritenuta necessaria. L’uomo è stato rimesso in libertà, con l’obbligo di firmare quotidianamente in caserma. Una misura sospesa tra legge e umanità, che pesa come un pensiero notturno e lascia intravedere l’incertezza del futuro.

Il pm Andrea Petroni aveva chiesto gli arresti domiciliari; l’avvocato d’ufficio Gaio Tesser sperava invece che l’uomo potesse tornare al lavoro. Tra norme e compassione, resta la figura di un uomo che ha cercato di combattere la morte con il verde delle sue mani, e che ora si confronta con un destino incerto, tra legge e memoria.
In fondo, forse, in quella piccola serra domestica non c’era solo marijuana: c’era la testimonianza di un amore così grande da sfidare le regole, e la malinconica consapevolezza che il cuore a volte batte più forte delle leggi.
di Giorgia Pellegrini
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