L'arte della lentezza

08 giugno 2026

In una società come la nostra finalizzata alla produttività, tutto è veloce: bisogna massimizzare i risultati nel minor tempo possibile, avere sempre qualcosa da fare, non starsene mai “con le mani in mano”. Seneca direbbe che siamo ‘occupati’ (e per il filosofo latino, occupato non significa semplicemente "impegnato", ma indica chi vive alienato, sprecando il presente in attività futili e rimandando la cura del proprio spirito a una vecchiaia che forse non arriverà mai). Ci dimentichiamo cosa significhi prendersi un secondo in più per un respiro profondo, sedersi per gustare del buon cibo – e non solo ingurgitare con fretta nel “quarto d’ora di pausa pranzo” –, apprezzare gli attimi di noia, godersi il cosiddetto “dolce far niente”. Viviamo in una civiltà che corre e non lascia spazio a chi cammina, eppure a volte è giusto e quasi necessario rallentare, fermarsi, prendere del tempo per ritrovarsi.

Contemplare il tempo in un’epoca che corre

La modernità ha associato la velocità al progresso. Dalla Rivoluzione Industriale con i treni ad alta velocità fino all’economia digitale dei giorni nostri, l’idea dominante è sempre stata la stessa: più rapidamente ci muoviamo, più evoluti diventiamo. Eppure la storia della cultura ha custodito anche una tradizione opposta: quella della contemplazione. I filosofi greci distinguevano il tempo cronologico (Kronos, il tempo che scorre) dal tempo interiore (Kairos, l’attimo da cogliere). Nei monasteri medievali gli amanuensi dedicavano intere ore, giornate e persino mesi alla pratica della “copiatura”. Nel Rinascimento la passeggiata era considerata una pratica intellettuale e un momento di socialità. Nella letteratura contemporanea, la lentezza è spesso uno strumento di presa di coscienza del sé (basti pensare ai monologhi interiori di Svevo o al flusso di coscienza di Joyce).

Il paradosso del XXI secolo

La tecnologia avrebbe dovuto darci più tempo libero, e in parte lo ha fatto: shopping online comodamente da casa, mezzi di trasporto agevoli ed economici, il mondo nel palmo di una mano grazie allo smartphone. Tuttavia quel tempo “vuoto” è stato immediatamente riempito e l’iperconnessione ha prodotto una nuova forma di ansia: la sensazione di essere sempre in ritardo rispetto a qualcosa. Notizie, tendenze, conversazioni, aggiornamenti: il presente si consuma troppo velocemente per essere davvero vissuto. Perciò leggere un libro senza “scrollare” tik tok, preparare un caffè senza distrazioni o camminare senza una destinazione precisa sono diventate tutte imprese impossibili o, peggio, insensate.

La lentezza come bene esclusivo

Ora, per di più, in un mondo improntato non solo al progresso, ma anche al profitto, la lentezza rischia di diventare un lusso, un’esperienza da comprare: hotel immersi nella natura, settimane di digital detox, weekend di mindfulness e yoga per riconnettersi. È possibile che il tempo, una cosa così naturale, primordiale, facile, una lancetta che scorre e basta, sia diventato un bene riservato a pochi, un prodotto da acquistare?

Contro il ritmo dell’emergenza

Forse il problema non è la velocità in sé, perché alcune cose devono essere rapide (i soccorsi, le comunicazioni, le innovazioni scientifiche), ma il fatto che tendiamo a vivere tutta la nostra esistenza in un costante stato di allerta, di emergenza. La lentezza, allora, non è nostalgia del passato né rifiuto della modernità, è la ricerca di una misura umana del tempo, un ritorno a un passo più naturale della corsa a staffetta a cui siamo abituati. In un periodo storico che ci spinge ad accelerare, rallentare diventa la forma di resistenza più grande. 

Lo scrittore e saggista francese Marcel Proust, nel suo capolavoro “Alla ricerca del tempo perduto” (À la recherche du temps perdu) disse: «Le giornate sono tutte uguali per un orologio, ma non per un uomo» e forse è proprio questo il monito più grande che possiamo trarre da un’opera come la sua, che ha richiesto 15 anni per essere scritta e altri 14 per venire alla luce: la lentezza non è inattività, ma un modo per godersi appieno il tempo che abbiamo da vivere.

E ora il conto da pagare: per questi 5 minuti di lettura il costo è di 10 euro!

di Alessia Folli

In copertina: La persistenza della memoria (1931) di Salvador Dalì

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