Le radici del conflitto israelo-palestinese, storia di popoli e promesse mancate
06 settembre 2025
Il conflitto tra israeliani e palestinesi non nasce oggi, ma affonda le sue radici in oltre un secolo di storia. Comprenderne le cause significa ripercorrere un lungo intreccio di memorie, guerre, promesse internazionali e fallimenti politici.
Due popoli per una stessa terra
Alla base della disputa c’è una questione semplice e insieme drammatica: due popoli rivendicano lo stesso territorio.
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Gli ebrei considerano quella terra la culla della loro identità storica e religiosa.
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I palestinesi la vivono come la propria patria, abitata da secoli e perduta in gran parte con la nascita di Israele.
Dalla Diaspora al sionismo
Dopo la distruzione di Gerusalemme da parte dei Romani (70 d.C.), gran parte degli ebrei si disperse nel mondo: è la Diaspora. Nei secoli subirono persecuzioni e discriminazioni, fino all’antisemitismo dell’Ottocento europeo.
In questo contesto nacque il sionismo, movimento che chiedeva il ritorno in Palestina e la creazione di uno Stato ebraico. Ma quella terra era già abitata da un popolo arabo-palestinese, e il conflitto di legittimità era destinato ad esplodere.

Le promesse britanniche e la nascita di Israele
Durante la Prima guerra mondiale la Palestina passò sotto il controllo britannico. Londra fece promesse contraddittorie: indipendenza agli arabi e, con la Dichiarazione Balfour (1917), sostegno alla “casa nazionale ebraica”.

Dopo la Shoah, che costò la vita a sei milioni di ebrei, il progetto sionista ricevette nuovo impulso. Nel 1947 l’ONU propose la creazione di due Stati, uno ebraico e uno arabo. Gli ebrei accettarono, gli arabi rifiutarono.
Il 14 maggio 1948 nacque lo Stato di Israele. La prima guerra arabo-israeliana portò alla fuga o all’espulsione di circa 700.000 palestinesi: un esodo che i palestinesi ricordano come Nakba (“catastrofe”).
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Le guerre e la questione palestinese
Negli anni successivi Israele dovette affrontare nuove guerre con i Paesi arabi. La più significativa fu la Guerra dei Sei Giorni (1967), che portò all’occupazione di Gaza, Cisgiordania, Gerusalemme Est, Sinai e Golan.

In quei territori iniziarono a sorgere insediamenti israeliani, ancora oggi al centro di controversie internazionali. Parallelamente, i palestinesi si organizzarono attorno all’OLP di Yasser Arafat, trasformando la loro causa da questione araba regionale a lotta nazionale.
La speranza e il fallimento degli Accordi di Oslo
Negli anni ’90 sembrò aprirsi uno spiraglio. Con gli Accordi di Oslo (1993) Israele e l’OLP si riconobbero reciprocamente e nacque l’Autorità Nazionale Palestinese.

Tuttavia, i nodi più delicati restarono irrisolti:
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lo status di Gerusalemme, sacra a entrambe le comunità;
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il diritto al ritorno dei profughi palestinesi;
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la crescita degli insediamenti israeliani in Cisgiordania.
Il processo si arenò e lasciò spazio a nuove ondate di violenza.
Religione e geopolitica
Il conflitto non nasce come guerra di religione, ma la differenza tra ebraismo e islam ha contribuito a irrigidirne i contorni. A pesare è anche la dimensione internazionale: Stati Uniti, Paesi arabi, Iran ed Europa hanno assunto posizioni differenti, trasformando lo scontro in una questione globale.
Una pace ancora lontana
Il conflitto israelo-palestinese è dunque il risultato di una lunga catena di eventi: migrazioni, guerre, trattati contraddittori e occasioni mancate. Oggi la situazione appare ancora irrisolta e fragile.
Capire le radici di questa vicenda non significa prendere posizione, ma riconoscere la complessità di una delle questioni più difficili del nostro tempo.
di Giorgia Pellegrini
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