La memoria non è un rito
27 gennaio 2026
Il 27 gennaio non è una data come le altre. È una soglia.
È il giorno in cui i cancelli di Auschwitz furono abbattuti e il mondo fu costretto a guardare ciò che aveva preferito ignorare. Ma la Giornata della Memoria non nasce per ricordarci solo cosa è successo. Nasce per chiederci chi siamo, oggi, davanti a quella verità.
La memoria non è un esercizio del passato. È una responsabilità del presente.
Ogni anno pronunciamo le stesse parole: Shoah, deportazione, sterminio; rischiando di trasformarle in suoni vuoti. E invece dietro quelle parole c’erano nomi, voci, abitudini quotidiane. C’erano persone che amavano il cinema, la musica, i libri. Persone che ridevano. Persone che pensavano di avere un domani.
Primo Levi lo ha scritto con una chiarezza disarmante: «È avvenuto, quindi può accadere di nuovo». Non come minaccia, ma come avvertimento. La memoria serve a questo: a riconoscere i segnali, a non normalizzare l’odio, a non accettare l’indifferenza come prezzo della tranquillità.
Il cinema, più di ogni altra forma di racconto, ci ha aiutati a guardare dove lo sguardo tende a fuggire.
In "Schindler’s List", c’è una scena che resta incisa come una ferita: la bambina con il cappotto rosso che attraversa il caos del ghetto. Un dettaglio minimo, quasi irreale, che ci costringe a capire una cosa semplice e devastante: l’orrore non è fatto di masse indistinte, ma di vite singole, uniche, irripetibili.

In "Il figlio di Saul", la macchina da presa non ci concede distanza. Non ci permette di essere spettatori comodi. Siamo lì, dentro l’inferno, senza musica che addolcisca, senza eroi che salvino. Solo la disumanizzazione sistematica e la lotta disperata per restare uomini anche quando tutto spinge a diventare altro.

E poi c’è "La vita è bella", che ha diviso, discusso, fatto arrabbiare, ma che ha avuto il coraggio di dire una cosa scomoda: anche nell’orrore assoluto, l’amore può essere un atto di resistenza. Non per negare la realtà, ma per attraversarla senza smettere di proteggere l’umanità, soprattutto quella dei più piccoli.

La Giornata della Memoria non ci chiede solo di commuoverci: ci chiede di prendere posizione.
Perché la Shoah non è iniziata con i campi di sterminio. È iniziata con parole. Con leggi. Con barzellette razziste. Con l’idea che alcune vite valessero meno di altre. Con il silenzio di chi guardava e pensava: non mi riguarda.
Ricordare significa rifiutare quella logica, ogni volta che si ripresenta. Significa non accettare che l’odio venga travestito da opinione. Significa capire che l’indifferenza non è neutralità: è complicità.
La memoria è scomoda, perché ci obbliga a fare i conti con il peggio dell’essere umano, ma è anche l’unico argine che abbiamo. Non contro il passato, che non possiamo cambiare, ma contro il futuro, che invece dipende da noi.
Se oggi ricordiamo, non è per restare fermi. È per scegliere. Scegliere di vedere. Scegliere di parlare. Scegliere di non voltarsi dall’altra parte. Perché la memoria, quando è viva, non consola. Veglia.
di Giorgia Pellegrini
Foto e video liberi da copyright
https://youtu.be/MKmYQ5et3V0?si=nc_t6LRUwB5EVXRr
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News » RICORRENZE | martedì 27 gennaio 2026
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