La Dottrina Monroe nel XXI secolo
21 gennaio 2026
“Il dominio americano nell’emisfero occidentale non sarà mai più messo in discussione”. Queste sono le parole pronunciate dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago (Palm Beach, Florida) il 3 gennaio 2026, all’indomani della cattura di Maduro. Una frase inedita, recente, che tuttavia rilancia un’idea tutt’altro che nuova.
Si tratta di una formula che affonda le sue radici in oltre due secoli di storia americana, e più precisamente nel 1823, quando il presidente James Monroe pose un principio fondamentale, destinato a essere ripreso nel tempo: l’emisfero occidentale non avrebbe più dovuto essere terreno di espansione o di intervento europeo.
A distanza di duecento anni, nel 2026, lo stesso concetto – trasformato, distorto e piegato a contesti storici molto diversi – riaffiora nel linguaggio politico di un altro presidente statunitense, Donald Trump appunto, sotto una forma che oggi, al contrario di ieri, evoca apertamente l’idea di controllo e influenza americana sull’intero continente.
La “Dottrina Monroe”
James Monroe (1758-1831) fu il quinto presidente degli Stati Uniti d’America. Esponente del Partito Democratico-Repubblicano, Monroe vinse le elezioni presidenziali del 1816, prevalendo sul Partito Federalista, che crollò di lì a poco, segnando la fine temporanea del sistema politico bipartitico. Monroe venne rieletto anche nel 1820. La sua presidenza (1917-1825) è spesso associata a quella che gli americani chiamano Era of Good Feelings (“Era dei Buoni Sentimenti”), un periodo relativamente stabile a causa della mancanza di scontri tra partiti, caratterizzato da un forte desiderio di unità tra gli americani.
James Monroe è celebre per il discorso che pronunciò davanti al Congresso il 2 dicembre 1823, nel quale enunciò quella che sarebbe passata alla storia come “Dottrina Monroe”. Questa posizione di politica estera fortemente isolazionista era fondata sul principio de “l’America agli Americani”: gli Stati Uniti si sarebbero astenuti da qualsiasi intromissione nelle questioni del Vecchio Continente, ma in cambio avrebbero preteso un analogo impegno da parte delle potenze europee. Non sarebbe stata tollerata alcuna ingerenza esterna in suolo americano, dato che soltanto Washington aveva il diritto di influire sulle vicende politiche del Nuovo Mondo, perciò qualsiasi tentativo europeo di fondare colonie nell’emisfero occidentale sarebbe stato considerato dagli Stati Uniti come una minaccia alla pace e alla propria sicurezza nazionale.
Il “Corollario Roosevelt”
Fu solo all’inizio del Novecento che la Dottrina Monroe cominciò a essere reinterpretata in chiave attiva. Il principale teorico di questa svolta fu il presidente Theodore Roosevelt (1858-1919), che nel 1904 dichiarò che “Stante la Dottrina Monroe, comportamenti cronici sbagliati nel continente americano richiedono l’intervento di polizia internazionale da parte di una nazione civilizzata”: nacque così il Corollario Roosevelt. Questo principio stabiliva che gli Stati Uniti non solo avessero il diritto di difendere la propria sfera d’influenza, ma anche la possibilità e anzi la responsabilità di intervenire direttamente nelle vicende interne dei Paesi latino-americani in caso di malgoverno o incapacità di rispettare gli impegni finanziari, prevenendo così interventi europei.
La sua politica estera per la sua essenza interventista e fortemente aggressiva venne chiamata Big Stick Policy (“politica del grosso bastone”). Fa quasi “sorridere”, ma anche riflettere pensare che alcuni esempi pratici dell’applicazione di tale Corollario siano proprio da individuare nei territori di Venezuela e Panama. Il primo caso suscitò preoccupazione negli Stati Uniti perché Washington temeva che il blocco navale posto da alcune potenze europee contro i porti venezuelani per costringere il Paese a saldare i suoi debiti potesse diventare pretesto per stabilire una presenza militare o coloniale in America Latina. Per quanto riguarda il secondo territorio, invece, gli Stati Uniti sostennero e sfruttarono una rivolta indipendentista panamense contro la Colombia, azione che permise loro di ottenere il controllo del progetto del Canale di Panama, cruciale per gli interessi strategici e commerciali americani.
La “Dottrina Donroe”
Oggi Trump svolge un’operazione simile a quella di Roosevelt: rilancia a suo favore il principio originario di Monroe, ma ne altera la vera natura. Fin dall’inizio del suo secondo mandato l’attuale presidente degli Stati Uniti non ha nascosto mire espansionistiche, a tratti imperialiste, con l’obiettivo di ampliare la sfera di influenza americana, se non il territorio statunitense stesso: ha proposto l’annessione del Canada come “51º Stato”, manifestato l’intenzione di acquistare la Groenlandia e di riacquisire il controllo diretto sul Canale di Panama, ha persino suggerito di cambiare il nome del Golfo del Messico in “Golfo d’America”.
Al centro della conferenza stampa del 3 gennaio, Trump ha collegato queste ambizioni alla questione venezuelana, affermando che Maduro era “a capo di una rete criminale responsabile del traffico di enormi quantità di droghe illegali negli Stati Uniti” e che le sue azioni rappresentavano “una grave violazione dei principi della politica estera americana, risalenti a più di due secoli fa, fino alla Dottrina Monroe”. E afferma infine “Ora la chiamano Dottrina Donroe”, ironizzando sul neologismo coniato dal New York Post, nato dalla crasi tra i nomi “Donald” e "Monroe".
I tre principi a confronto
La “Dottrina Monroe” dichiarava che l’emisfero occidentale (ovvero le Americhe) non potesse più essere colonizzabile da parte degli Stati europei. Si trattava di una politica difensiva, mirata a bloccare l’interferenza esterna e ad affermare la sfera di influenza dei neonati Stati Uniti. Il “Corollario Roosevelt” era un’estensione della Monroe, in cui però si giustificava l'intervento diretto degli Stati Uniti, che avevano un ruolo attivo e di “polizia internazionale” nella regione. La “Dottrina Donroe” ribalta tutto. Trump ha invocato il principio ottocentesco per giustificare le operazioni in Venezuela e le sue mire espansionistiche in altri territori. La nuova Dottrina quindi non si limita più a bloccare eventuali ingerenze straniere, ma autorizza interventi diretti contro governi percepiti come minaccia per gli interessi americani.
In questo modo, Trump, come Roosevelt in precedenza, prende a prestito la Dottrina Monroe, la storpia nel nome e nel contenuto e la adatta ai propri scopi, trasformandola da principio difensivo a fondamento dell’egemonia statunitense sull’emisfero occidentale.
Dal Congresso del 1823 alla Casa Bianca dell’era di Trump, oltre due secoli di storia americana si condensano in una parabola drammatica: ciò che nacque con lo scopo di proteggere i nuovi Stati dell’emisfero occidentale è stato gradualmente reinterpretato, prima in chiave interventista con Roosevelt, poi sotto forma di manifesto di affermazione della supremazia americana con Trump.
La “Dottrina Donroe” mostra come i leader politici spesso pieghino la storia a proprio vantaggio, deformando principi e fatti precedenti per legittimare ambizioni politiche, economiche e militari. Oggi l’eco della “Dottrina Monroe” risuona non più come tutela della libertà americana, ma come strumento di proiezione globale del potere statunitense.
di Alessia Folli
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