La Gen Z riscrive il linguaggio del cinema
10 aprile 2026
C’è stato un tempo in cui il cinema era una sorta di bussola collettiva. Raccontava chi eravamo come società, metteva in scena conflitti ideologici, interrogava il rapporto con il potere, con la fede, con la storia. Era epico, corale, spesso persino solenne. Oggi, però, qualcosa si è incrinato. E non è solo una questione di incassi o di piattaforme: è cambiato lo sguardo di chi guarda.
La Generazione Z non rifiuta il cinema. Rifiuta, piuttosto, certi modi di raccontarlo.
Dalla collettività all’interiorità
Per decenni il grande schermo ha costruito immaginari condivisi: guerre, rivoluzioni, lotte sociali, identità nazionali. Era il racconto del “noi”. Oggi, invece, il centro della narrazione si è spostato sull’“io”.
Non si tratta di egoismo, ma di prospettiva. I giovani spettatori cercano storie che parlino di fragilità, relazioni, identità personale, salute mentale. Vogliono riconoscersi nei personaggi, non necessariamente nelle grandi cause. Il conflitto non è più tra classi o ideologie, ma dentro le persone.
Il risultato? Film più intimi, più emotivi, spesso più silenziosi. Ma non per questo meno intensi.

Nuovi miti, nuove sensibilità
I miti non sono scomparsi: si sono trasformati. Non sono più figure lontane e simboliche, ma individui imperfetti, vulnerabili, a volte persino smarriti. L’eroe contemporaneo può essere qualcuno che lotta con l’ansia, con l’amore, con il senso di sé.
Anche quando il cinema affronta temi globali, come il cambiamento climatico o l’intelligenza artificiale, lo fa attraverso storie personali. Non più masse in movimento, ma individui che cercano di orientarsi in un mondo complesso.
È un cambio di paradigma profondo: non meno politico, ma più sottile, più emotivo, più esistenziale.
Il cortocircuito con la critica
Questo cambiamento, però, non è stato accolto senza resistenze. Una parte della critica fatica a riconoscere valore in narrazioni percepite come “più leggere” o meno impegnate. Ma forse il problema è un altro: si stanno usando strumenti del passato per leggere un presente che parla un’altra lingua.
Quando un’opera viene criticata per aver “semplificato” o “svuotato” un mito, spesso sta semplicemente reinterpretandolo per un pubblico diverso. Non è una perdita di profondità: è un cambio di codice.
E chi quel codice lo capisce, lo premia.
Le saghe storiche davanti a un bivio
Le grandi franchise si trovano oggi in una posizione delicata. Da un lato c’è il pubblico storico, legato a tematiche più tradizionali; dall’altro, una nuova generazione che chiede qualcosa di diverso.
Il risultato è spesso un compromesso che non convince nessuno fino in fondo. Alcuni tentativi di rinnovamento funzionano, altri meno. Ma la vera difficoltà è identitaria: per chi stanno raccontando queste storie?
Cambiare troppo significa rischiare di perdere il passato. Cambiare poco significa non avere futuro.
Il nodo economico
C’è poi una realtà concreta: il mercato. Le nuove generazioni, almeno per ora, non hanno lo stesso peso economico di quelle precedenti. Questo limita la possibilità di investire su produzioni pensate esclusivamente per loro, soprattutto quando si parla di budget enormi. E così il sistema resta sospeso, in equilibrio precario tra innovazione e conservazione.
Un futuro ancora da scrivere
Questa convivenza tra visioni diverse non durerà per sempre. Prima o poi qualcosa cambierà: nuovi modelli produttivi, nuove tecnologie, nuove piattaforme. Forse anche un nuovo modo di intendere il successo.
Nel frattempo, il cinema continua a trasformarsi. E forse è proprio questo il suo tratto più autentico: non restare mai uguale a se stesso.
La Gen Z non sta distruggendo il cinema. Lo sta semplicemente portando altrove. In un territorio più intimo, più emotivo, più umano. E forse, proprio per questo, più vicino a noi.
di Giorgia Pellegrini
Foto e video liberi da copyright https://youtu.be/kx4vO4mdkUs?si=Mn3Y2C_bDNk9cEmH
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