L'ultimo difensore di Palermo (22 luglio 1943)

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L'ultimo difensore di Palermo (22 luglio 1943)

Testo e foto di Giovanni Curatola

Giovedì 22 luglio 1943 mattina: una colonna di carri armati della 2° divisione corazzata e soldati della 3° divisione fanteria americana avanzano lentamente, nella polvere e sotto un sole cocente, lungo la strada sconnessa, l’unica ai tempi, che da S.Giuseppe Jato (ove gli americani sono entrati alle 08.30) scende a Palermo dall’entroterra. Posto a cavallo delle montagne che circondano la Conca d’Oro, il passo di Portella della Paglia è un punto obbligato di questa strada. Dal punto di vista militare, è quello che si presta meglio di tutti alla difesa: domina tutta la valle e la carreggiata è talmente stretta da costringere qualsiasi autocolonna a procedere in fila indiana, così da inchiodarne i mezzi di testa e renderla un facile bersaglio. E lì, alla Portella, circa alle 09.15 tuona improvvisamente un colpo di cannone, che centra in pieno il primo carro della colonna. Sono così bloccati, nella strada angusta, tutti gli altri mezzi al seguito, esposti al fuoco nemico. La strada piccola non consente ulteriori spazi di manovra, cosicché gli americani non possono far altro che rispondere al fuoco alla meglio contro la postazione del cannone italiano, lì sulla sommità dell’altura che domina la valle. Patton (comandante VII° Armata USA) è furente: questo contrattempo con le sue truppe ferme non gli permette di rispettare la sua tabella di marcia. Da lassù, intanto, il cannone italiano non dà tregua. E’ un pezzo anticarro da montagna 100/17, manovrato da un piccolo manipolo di soldati del 25° Rgt. Artiglieria “Asietta” al comando del 23enne sottotenente fiorentino Sergio Barbadoro.

Palermo, alle loro spalle, è ormai persa per l’Asse. Da 2 giorni la maggior parte dei soldati italiani è scappata o si prepara a farlo, mentre la popolazione saccheggia depositi e caserme abbandonate. A un certo punto, Barbadoro ordina ai suoi di scendere a valle, o per consegnarsi al nemico o scappare per la strada alle spalle ancora libera verso Palermo. La smania di consegnarsi prigionieri o disperdersi anziché continuare a combattere una guerra ormai persa (costante di tutta la campagna di Sicilia) sta infatti contagiando anche loro, e Barbadoro intende risparmiare le loro vite. Sul pezzo anticarro resta lui solo, senza rinforzi, munizioni, né collegamenti col mondo. Lui a il suo cannone, con cui spara ancora col solo proposito di ritardare l’avanzata nemica di qualche minuto, al massimo un’altra ora o due. Il suo gesto non cambierà le sorti della guerra, lo sa bene, eppure si vota a morte sicura. Chi glielo fa fare? Pazzia? Incoscienza? La coscienza. Quella dei grandi uomini che non defezionano dai propri ideali davanti l’irreparabile. La stessa di Leonida alle Termopoli, di Cambronne a Waterloo o della “Charlemagne” a Berlino. L'ardimento s'impossessa di Barbadoro, sostenendolo, rincuorandolo. Quella terra che difende è la sua, si sente siciliano, come piemontese, pugliese, emiliano, sardo. E’ italiano, e la sua patria è invasa e lui sente di restare sul posto e fare il duo dovere, costi quel che costi. C'è timore e orgoglio. Timore per l’inevitabile morte che si è scelto, orgoglio davanti alla visione di quella possente fila di mostri d'acciaio (cingolati, carri armati Sherman, ma anche autoblindo e camionette) che lui sta inchiodando in quella gola. Lì non conta la superiorità di uomini e mezzi, ma solo il coraggio individuale, e di lì non si passa. Agli americani non resta che chiamare l’appoggio aereo e attendere, ma anche il piccolo aereo da ricognizione americano che poco prima di mezzogiorno volteggia sulla postazione del sottotenente può ben poco. Tra quelle alture i passaggi a bassa quota sono quasi impossibili, e i mitragliamenti dal cielo sono inevitabilmente imprecisi. Agli americani, che imbullonati inermi sotto il fuoco di Barbadoro lamentano morti e feriti, saltano letteralmente i nervi.

L’intricata matassa viene superata quando, montato a fatica su uno dei camion cingolati di testa, un potente cannone d’assalto fa tremare il costone dov’è appollaiato Barbadoro, frammentando pezzi di roccia che cadono in strada. Un altro colpo, poi il terzo, fino a 9. Quindi un bruciare di fiamme e un’enorme nube di polvere e fumo. Ore 12.15: la resistenza è finalmente spezzata. I soldati di Patton possono riprendere la loro marcia verso Monreale per poi da lì scendere a Palermo senza più ostacoli. Sergio Barbadoro muore sul proprio pezzo, esattamente come la canzoncina delle Camicie Nere ai tempi della guerra d’Etiopia: “Ma la mitragliatrice non la lascio” / gridò ferito il legionario al Passo. / Colava sangue sul conteso sasso, / il costato che a Cristo somigliò. / “Ma la mitragliatrice non la lascio” / e l’arma bella a un tratto lo lasciò…”…”. Certe azioni sembrano favole o scene da film, ma nel caso di Barbadoro sono state 3 ore di reale, autentico eroismo. Da solo contro un’autocolonna americana! Due anni dopo la fine della guerra, il padre scenderà in Sicilia per recuperarne i resti. Li troverà, su accidentale confidenza del vecchio custode del cimitero di S.Giuseppe Jato, in una piccola fossa proprio attigua al cimitero. Dalla tasca, il padre recuperò un coltellino e una piccola tabacchiera. Oggi l’ultimo difensore di Palermo riposa a Roma, al Verano, mentre alla Portella di Paglia, nel punto della vecchia strada dove rotolò il suo corpo, un freddo cippo e una croce ricordano l’evento.

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