La Firenze che accolse gli alleati a fucilate 24/1/2019

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La Firenze che accolse gli alleati a fucilate 24/1/2019

di Giovanni Curatola

E’ bella Firenze. Stupida, vanitosa, innamorata, addormentata sui suoi ponti. Sì, Firenze, dove un ufficiale americano alla fine della guerra, a chi gli chiedeva quale città italiana amasse di più, rispondeva: “Firenze, perché è l'unica città dove gli italiani hanno avuto il coraggio di spararci addosso”. La loro è una storia breve e disperata, e che in pochi conoscono. Nella guerra civile che devasta l’Italia dall’armistizio dell’8 settembre alla “Liberazione”, sono chiamati "franchi tiratori" quei fascisti non inquadrati in reparti regolari della R.S.I. che, senza divisa né simboli di riconoscimento, conducono in città un'estrema resistenza ad angloamericani e partigiani. Entrano in gioco spontaneamente, dopo che la loro città è occupata dal nemico, aprendo il fuoco dalle parti più elevate degli edifici. Questi italiani (quasi 3.000 in tutto il Nord Italia, di cui 400 nella sola Firenze) che continuano a battersi anche dopo la sconfitta, sono una testimonianza di disperazione e irriducibilità che merita comunque rispetto. Ben consci che la loro azione non muterà di una virgola le sorti della guerra, si votano a morte sicura solo per ritardare di un’ora o due l'occupazione del proprio quartiere da parte degli Alleati.

Quando, sopraffatti dalle preponderanti forze nemiche, i tedeschi e i reparti regolari della R.S.I si ritirano o si arrendono, i franchi tiratori iniziano una nuova lotta, la guerriglia urbana, aprendo il fuoco da un tetto, una torre o un campanile. Hanno il vantaggio del primo colpo e una mira precisa, ma non possono contare su alcun rinforzo, e sanno che non appena il loro edificio sarà circondato, saranno inevitabilmente catturati e passati per le armi. Non hanno davanti a sé giorni o ore, ma solo il tempo di scegliersi un tetto, una torre o un campanile, da cui sparare fin quando saranno tirati giù a forza di piombo. Così a Napoli nel 1943, a Firenze e Forlì nel 1944. Così, anche se in misura minore, a Reggio Emilia, Parma, Piacenza e Torino nel 1945.

Se i libri di storia hanno sempre ignorato o minimizzato il carattere volontaristico senza precedenti che portò 700.000 italiani ad aderire alla R.S.I., ancor meno ne hanno dato al fenomeno dei franchi tiratori. E ciò perché il mito della Resistenza, secondo cui il popolo italiano è insorto per liberarsi dal nazi-fascismo, non poteva contemplare l’esistenza di altri italiani che quella stessa "liberazione" invece combattevano. La maggior parte degli storici ha così ignorato i franchi tiratori, e chi lo ha fatto ha dipinto loro come criminali e la loro disperata resistenza a oltranza come feroce fanatismo. Un criterio però mai applicato sul versante opposto, dove ogni opposizione al nazi-fascismo in condizioni di inferiorità numerica è sempre invece stata considerata non feroce e disperata bensì eroica e nobile. Ad ogni modo, i franchi tiratori che si salvano sono, come detto, pochissimi. Nessuno, quando catturato, chiede pietà. Anziché scappare, i "puri" decidono di non voler sopravvivere al crollo dei loro ideali e preferiscono morire pugnando. Pazzia, criminalità o eroismo?

Firenze, dopo l'occupazione di Roma (giugno 1944), diviene il punto ideale degli Alleati per attaccare i reparti italiani e tedeschi in ritirata. La Resistenza avrebbe “liberato” la città come da suo copione, ossia solo dopo la completa evacuazione da parte del nemico. Una liberazione, insomma, senza rischi. Un’insurrezione senza più nulla contro cui insorgere. A fine luglio 1944, il segretario del Partito Fascista Repubblicano Alessandro Pavolini consegna le opere d'arte laziali, umbre e toscane alle autorità ecclesiastiche per preservare i diritti inalienabili e universali di Firenze. Se oggi Firenze è ancora una città d’arte, piaccia o no lo si deve esclusivamente a quest’iniziativa. In queste giornate, Pavolini inoltre crea la struttura dei franchi tiratori toscani. Vuol delegare l'ultima difesa esclusivamente ai volontari, perché alla caduta del regime aveva visto il popolino decapitare le insegne fasciste e orinare sui simboli. Per questo non crede più agli uomini, a quella maggioranza che si era definita fascista solo per tornaconto. E chiede l’estremo sacrificio solo a chi se la sente. Tra essi, pure 80 donne. Il 4 agosto avvengono i primi scontri nella zona d'Oltrarno. L’intenso volume di fuoco dei fascisti disorienta gli invasori, del tutto impreparati, e fraziona la battaglia in piccoli episodi di guerriglia e controguerriglia. Ogni strada ai ponti viene sbarrata, le zone d’oltrarno sono difese: di lì non si passa. Da una parte i potenti carri armati americani, dall'altra poche centinaia di disperati decisi a tutto. Gli angloamericani esauriscono l’avanzata, capiscono che continuare costerebbe troppo sangue. Qui infatti non contano coperture aeree, artiglierie, carri armati o la superiorità numerica. Qui conta solo il coraggio. E gli angloamericani non hanno voglia di morire per niente. Così affidano ai partigiani il compito di “ripulire” la città. I cesari della Resistenza si assumono l'incarico del mattatoio, ma saranno i primi a morire. I fascisti infatti, ben appollaiati sui tetti, li aspettano con la pallottola in canna. Convinti di fare una passeggiata uscendo dai covi ostentando fazzoletti d'ogni colore, i partigiani sono investiti in ogni quartiere da una valanga di fuoco, falciati dal tiro preciso dei fascisti, che li inchiodano nelle loro posizioni senza farli avanzare di un solo metro. I capi partigiani non riescono a mandar giù quest’altra “resistenza al contrario”, questa dei fascisti dentro Firenze, che dura incredibilmente 13 giorni. Per 13 giorni si combatte, si muore, si spara, si impreca. Lo scontro è sui tetti, nelle strade, sulle piazze, in un altalenarsi furioso di eroismo e orrore. Solo il 18 agosto gli americani possono finalmente varcare l’Arno, dove continueranno ad essere comunque presi a fucilate dagli ormai pochi franchi tiratori superstiti. La ribellione fascista è infine completamente domata con gli ultimi plotone d'esecuzione. Una mattanza ben descritta da Curzio Malaparte in “La pelle”: ragazzi anche di 15 o 16 anni, uniti da un solo destino: un muro in piazza Santa Maria Novella. Figli di questa Firenze che non vuole arrendersi, muoiono gridando “viva Mussolini!”, fucilati dagli antifascisti di comodo, dagli eroi dell'ultima ora. Molti hanno una fossa comune per l'ultimo riposo, altri il freddo abbraccio dell'Arno. Altri ancora sono rimasti sul sagrato di S.Maria Novella, in altre piazze. Stesi con un buco in fronte o nella camicia nera che indossavano. Sono morti così, per un’Italia in cui avevano continuato a credere e che vedevano frantumata sotto i propri occhi. Sono morti senza chiedere nulla, e senza che le tavolette di cioccolata o i pacchetti di sigarette stranieri abbiano potuto comprarli…

 

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