"Ad mA.I.ora", l'algoritmo della cura
22 febbraio 2026
Sabato 21 febbraio alle ore 20.30 è andato in scena presso Alta Luce Teatro (Milano) lo spettacolo “Ad mA.I.ora”, scritto e diretto da Silvia Beillard, con Cinzia Brugnola e Sara Mazzei.
La storia ruota attorno alle vicende di due sorelle Anna (Cinzia Brugnola) e Eris (Sara Mazzei) ed è ambientata in un futuro prossimo dove l’intelligenza artificiale (A.I.) controlla ogni aspetto delle loro vite. Anna soffre di una malattia neurodegenerativa ereditaria e per questo è confinata nella stanza di un ospedale, la clinica “Ad mA.I.ora”, senza possibilità di uscita. Al suo fianco c’è la sorella minore Eris, che la accudisce, la aiuta con le terapie farmacologiche e cerca di supportarla, come può, nell’affrontare la malattia. L’A.I. appare nello schermo sullo sfondo, offrendo assistenza medica e supporto psicologico per affrontare l’isolamento: una presenza saltuaria, eppure costante sulla scena e nell’aria che respirano le due protagoniste. Tra ricordi perduti e rievocati, battibecchi tra sorelle e interazioni con una dottoressa virtuale che si limita a prescrivere medicinali alla paziente senza capire il suo stato d’animo, la trama prende all’improvviso una piega inaspettata e culmina in un colpo di scena che porta a chiedersi cosa – o chi – sia reale e cosa no.
“Ad mA.I.ora” è uno spettacolo dalla forte carica emotiva, comincia con momenti ironici e divertenti e man mano si trasforma in una parabola drammatica, che rapisce lo spettatore e scena dopo scena si addentra sempre di più nel suo animo, fino a toccargli il cuore. La rappresentazione teatrale porta a riflettere sul ruolo dell’intelligenza artificiale all’interno delle relazioni umane e una delle domande che rimane sulla punta della lingua alla chiusura del sipario è: “Si può avere un dialogo con l’A.I.?”. Silvia Beillard racconta che il monologo finale nasce da una conversazione con Chat-Gpt 4. “La frase clou è proprio 'io posso fare solo quello che voi mi date, che voi mi insegnate'” afferma la regista, sottolineando come spesso nell’immaginario collettivo l’intelligenza artificiale venga vista come un’evoluzione che ruba, toglie, sottrae delle cose all’essere umano, quando in realtà spesso “siamo noi a togliercele” (Cinzia Brugnola).
La scenografia è essenziale ma dinamica e nella sua apparente semplicità si rivela un forte elemento simbolico: costituita soltanto da tre cubi, diventa uno spazio mutevole che si trasforma di scena in scena, adattandosi agli stati d’animo delle protagoniste e alle diverse dimensioni della loro relazione. I solidi geometrici non sono solo arredi, ma vere e proprie estensioni dei corpi delle attrici: vengono scalati, spostati, ricomposti, diventando ora letti d’ospedale, ora muri invisibili, ora rifugi precari. Questo continuo movimento restituisce visivamente l’instabilità emotiva delle sorelle e la frammentazione della loro realtà. Anche la scelta cromatica contribuisce a rafforzare il significato simbolico dell’allestimento. Le attrici indossano tute bianche: il bianco è un “non-colore”, richiama l’asetticità dell’ambiente clinico e diventa metafora di quella che in realtà è la “non-relazione” tra Anna e Eris.
“Ad mA.I.ora” non parla solo di intelligenza artificiale, ma anche di malattia e di cura. Nel finale si scopre che Eris, che sembrava aver sacrificato tutta la sua vita e i suoi piaceri per Anna, in realtà decide di prendere le distanze dalla sorella malata: una scelta che viene rivelata senza essere condannata, perché situazioni del genere sono difficili da gestire e affrontare, sia per il paziente che per chi gli sta accanto. “Io mi sono immedesimata in questo, nella necessità di doversi allontanare” afferma Sara Mazzei “in questa distanza, questa necessità, che è molto verosimile, che a volte sentiamo di dover prendere proprio perché la fatica della compassione diventa troppo forte e troppo pesante da sostenere”. Sulla scia di questa riflessione, alla fine dello spettacolo è intervenuta Mariarita Sciortino, counselor e conduttrice di Pratica Bioenergetica, che ha raccontato il suo rapporto personale con la cura e la malattia nel libro “Io (mi) curo. Una storia di tumori, timori e trasformazioni”.
Sul palcoscenico non prende vita soltanto uno spettacolo teatrale, ma una distopia che interroga il nostro presente. Inserendosi in una tradizione letteraria che ha sempre messo in discussione l’idea di progresso – dai libri bruciati di Fahrenheit 451, al controllo onnipresente del Grande Fratello in 1984, fino al “Soma” anestetizzante de Il mondo nuovo – “Ad mA.I.ora” porta in scena la più grande novità del nostro secolo: l’intelligenza artificiale applicata alla cura. Tuttavia se nelle opere del ‘900 il potere si esercitava attraverso la censura, la sorveglianza o la chimica delle emozioni, qui il dominio assume la forma confortante dell’assistenza medica e del supporto psicologico. L’A.I. non impone ma consiglia, non punisce ma prescrive. Da una parte è rassicurante pensare che l’intelligenza artificiale con la sua presenza gentile e instancabile possa stare accanto a chi è solo, offrire ascolto, monitorare la salute, colmare vuoti che spesso la società o la famiglia lasciano scoperti, ma dall’altra quando la cura diventa un protocollo il rischio è che anche la relazione d’affetto si trasformi in una procedura. La macchina può rispondere ma non può condividere il peso della sofferenza, può prescrivere ma non scegliere di restare.
“Ad mA.I.ora” non ha la pretesa di dare risposte, ma anzi stimola la formulazione di domande e ci porta a riflettere sul fatto che “andare verso cose più grandi” non significa necessariamente andare verso cose migliori. In un futuro in cui anche il sostegno emotivo rischia di diventare un algoritmo, lo spettacolo ci ricorda che il vero progresso non è costruire macchine che sappiano prendersi cura di noi, ma essere capaci di prenderci cura gli uni degli altri.
di Alessia Folli
In copertina: locandina dello spettacolo di @altaluceteatro
Testo, foto e video di Alessia Folli
https://www.youtube.com/watch?v=h2qynl_RhIU&t=23s
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