Dario Fo, maestro in scena e nella vita

15 ottobre 2026

Dario Fo, “il Nobel di Milano”, non è stato un maestro, né una guida né un leader. Almeno non volutamente. Uomo di forti prese di posizione, talvolta controverse e sempre controcorrente, ha respinto tanto quanto attratto gli italiani. Equilibrista mai. Dopo il Nobel del 1997, era forte nel Paese lo stupore, se non l'imbarazzo, "per un premio alla letteratura dato a chi non scrive libri".



A dieci anni dalla morte possiamo dirlo con convinzione: Dario Fo e Franca Rame — il legame tra i due è indissolubile — non ci hanno consegnato tanto un lascito di opere, quanto un metodo, del quale abbiamo assimilato, almeno in parte, i connotati.

Fo ha restituito all'Italia una memoria teatrale che l'Italia colta aveva rimosso. Prima di lui, la storia del nostro teatro era una successione di testi e di autori: Goldoni, Alfieri, Pirandello. Fo ha ricordato che sotto quella storia scritta ne scorreva un'altra, orale e fisica, quasi corporea: quella dei giullari medievali, dei fabulatori padani, dei comici dell'arte che vivevano del proprio corpo in scena. “Mistero buffo”, nel 1969, fu l'atto di questa riscoperta. Poco importa che i medievisti ne abbiano contestato la solidità filologica: Fo non faceva filologia, faceva tradizione. E la tradizione che ha inventato si è rivelata più feconda di molta filologia autentica. Il cuore di quell'invenzione è linguistico: il grammelot, impasto di suoni, ritmi e frammenti dialettali che non appartiene a nessuna lingua e le evoca tutte. In un Paese che per secoli ha discusso di questione della lingua, da Dante a Manzoni a Pasolini, Fo ha dimostrato che si può fare grande teatro prescindendo dall'italiano letterario: il senso passa per il corpo, il gesto, l'intonazione, prima ancora che per le parole. Una lezione che ha liberato gli attori dall'obbligo della dizione impeccabile e ha riabilitato l'oralità come forma alta di cultura.

Ha messo il palcoscenico sul piano della strada: non era né facile, né scontato.

Ci sarebbe poi un secondo lascito, più politico. Con "Morte accidentale di un anarchico", nel 1970, Dario Fo inventò il teatro come controinformazione: la scena che fa inchiesta sulla morte di Pinelli prima e meglio di gran parte del giornalismo. Da quel gesto discende il teatro di narrazione degli ultimi trent'anni (Marco Paolini e il Vajont, Ascanio Celestini e le periferie), ma anche una certa retorica dell'attore civile che ha trasformato l'indignazione in genere di consumo. Fo aveva scelto la rottura radicale: fuori dai teatri ufficiali, dal circuito degli stabili, dentro un rapporto diretto con un pubblico che il teatro borghese non aveva mai visto. Andava nei luoghi, nelle fabbriche e nelle case occupate.

E lì, con il suo corpo prima che con le sue parole, portava cultura, politica, solidarietà. Dileggiando e contrapponendosi al potere, sempre dalla parte dei più deboli. Ecco, a pensarci bene, questo lascito non è ancora stato raccolto da nessuno.

di Marco Castelnuovo

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