COVID - SI POTEVA FARE DI PIÙ

12 marzo 2023

di Totò Mazza

L’indagine della Procura di Bergamo conferma quanto già chiaro a chiunque avesse un minimo di conoscenze biomediche: le misure di contenimento della COVID potevano e dovevano essere prese settimane prima

Sarebbe bastata l’opinione di uno studente del secondo anno di una qualsiasi Facoltà di Medicina e Chirurgia, che avesse sostenuto con buon profitto l’esame di Microbiologia, per capire cosa si sarebbe dovuto fare all’inizio del 2020 – all’incipit della pandemia di COVID – per tentare di frenare il rovinoso e tragico dilagare dell’infezione. I risultati dell’inchiesta portata avanti dalla Procura di Bergamo sono solo una tardiva conferma di quanto tutti quelli che hanno una minima competenza biomedica sanno – e sapevano – assai bene: le infezioni a trasmissione per via aerea (più precisamente per via respiratoria) si bloccano, o quanto meno si rallentano, solo col distanziamento, e quindi interrompendo i contatti interpersonali e ancor più evitando ogni forma di assembramento (piccolo o grande). Non è infatti necessario conoscer nel dettaglio l’andamento clinico di una nuova patologia infettiva (che nello specifico, per la novità del virus e per l’omertà dei cinesi già investiti dall’epidemia, era del tutto ignoto) per prendere congrue iniziative di profilassi; basta infatti aver ben presente la sua eziologia, ovvero la causa scatenante (che, nel caso in esame, è stata subito chiara, e cioè un virus), e la sua modalità di trasmissione (anch’essa immediatamente individuata, per via aerea come suddetto) per potere intraprendere tempestivamente una efficace azione di prevenzione contro il suo disastroso dilagare. E questi due dati – va ribadito – erano chiarissimi sin dalle primissime fasi, come attestato dalle – seppur omertose – informazioni provenienti dalla Cina (e, con qualche eccesso fin troppo prudenziale, confermate dall’OMS) e come – in fondo – ampiamente deducibile dall’esperienza maturata con le precedenti epidemie causate da Coronavirus, fra le quali la famigerata SARS, per altro scoperta e studiata dal medico italiano Carlo Urbani, che oltretutto ne morì.

Chi oggi afferma – dai vertici delle istituzioni agli immancabili giornalisti del tutto privi d’un minimo di conoscenza della materia – che non si sapeva abbastanza di quanto stava accadendo è del tutto in malafede (o per lo meno del tutto ignorante), poiché tende a non considerare e rispettare gli ineludibili nessi causali (precedentemente precisati) che caratterizzano il fenomeno, confondendo e invertendo – spesso con modalità insincere e capziose – la causa scatenante con l’effetto conseguente. Il responsabile della malattia e la modalità di trasmissione – va ripetuto ancora una volta – sono stati chiarissimi da subito, mentre oscuro – per la novità della patologia, fin allora sconosciuta – era l’andamento clinico e soprattutto imperscrutabili – nelle primissime fasi – gli opportuni trattamenti terapeutici.


Sia detto con chiarezza: bisognava immediatamente isolare i focolai con zone rosse, imporre il lockdown generalizzato già a fine gennaio o ad inizio febbraio e non il 10 marzo 2020, prescrivere tassativamente l’uso collettivo delle mascherine (avendo anche cura di renderle reperibili) ed il distanziamento obbligato fra le persone, e soprattutto bloccare ferreamente gli arrivi dalla Cina (non solo i voli diretti, ma principalmente quelli con scalo intermedio, responsabili d’una evidente moltiplicazione delle occasioni di contagio); altro che l’ostentata strafottenza e minimizzazione cui si è assistito (<<Milano non si ferma>>, la settimana della moda, l’autentica “bomba biologica” che fu la partita di coppa dei campioni Atalanta-Siviglia) o l’assurdità di certe scelte fatte inizialmente (malati COVID relegati nelle RSA, acquisizioni di mascherine e strumenti profilattici di scarsa qualità e nulla efficacia, malati lasciati a se stessi nelle proprie abitazioni e medici di base mandati allo sbaraglio ad assisterli senza adeguati strumenti di protezione).

La verità è che i vertici delle istituzioni amministrative e scientifiche non si erano minimamente curati – negli anni precedenti – di aggiornare il piano sanitario nazionale antipandemie (e ciò nonostante i ripetuti allarmi, lanciati dagli infettivologi negli ultimi decenni, sulla probabile comparsa di qualche nuovo agente infettivo – del tipo di quello dell’influenza “spagnola” dilagata nel mondo sul finire della prima guerra mondiale – in grado di produrre effetti letali ad ampio raggio) e che si è voluto privilegiare il “business”, ovvero si è voluto salvaguardare a tutti i costi (anche ad onta del fatto che potessero ammalarsi e morire delle persone) il sistema produttivo e il conseguente giro di denaro ad esso correlato. Si sa <<pecunia non olet>>, anche quando il profitto puzza di tanfo di morte; e <<the show must go on>>, lo spettacolo – spesso triste e miserabile di chi pensa che gli “schei” debbano essere sempre preminenti su ogni altra considerazione – deve sempre continuare a prescindere da qualche “tollerabile effetto collaterale”.

Non è dato immaginare con chiarezza se vi siano responsabilità penalmente rilevanti, ma è certo che vi sono stati comportamenti colpevoli di superficialità, di ignavia, di inerzia, di pavidità e di tornacontismo da retrobottega”.

Purtroppo una costante per la nostra modestissima classe dirigente, la quale forse riuscirà a sottrarsi al giudizio della magistratura ma no di certo a quello più inappellabile della storia.

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News » DIBATTITI E OPINIONI - Sede: Nazionale | domenica 12 marzo 2023