"La Tempesta" di Scordio vibra tra cinema e teatro

22 aprile 2026

La rilettura di un dramma shakespeariano, un’opera sospesa tra cinema e teatro, uno spettacolo poetico: “La Tempesta” di Giuseppe Scordio è tutto questo e molto di più. Non un semplice film, ma un’esperienza artistica che sfugge alle definizioni. Prodotto da iBeHuman e Spazio Tertulliano, con la regia condivisa di Attilio Tamburini e dello stesso Scordio, il progetto si colloca in una zona di confine, dove linguaggi diversi si incontrano, si combinano e si completano a vicenda.

Lunedì 20 aprile all’Anteo Palazzo del Cinema di Milano si è tenuta l’anteprima stampa, seguita da una conferenza con registi e cast. Il film sarà poi visibile dal 24 al 29 aprile presso lo Spazio Tertulliano di Milano, il 13 maggio al Cinema Troisi di San Donato Milanese e il 21 maggio al Cinema Astra di Como.

“La Tempesta” è una rilettura dell’omonimo capolavoro di William Shakespeare e narra la storia di Prospero (Giuseppe Scordio), legittimo Duca di Milano, tradito dal fratello Antonio (Enzo Giraldo) e costretto all’esilio su un’isola insieme alla figlia Miranda (Jasmine Monti). Anni dopo, grazie alle sue arti magiche e all’aiuto dello spirito Ariel (Zoe Pernici), Prospero provoca una tempesta per far naufragare sull’isola i suoi nemici di ritorno da un matrimonio a Tunisi: il nuovo Duca di Milano Antonio, il Re di Napoli Alonso (Alberto Mancioppi), suo figlio Ferdinand (Stefano Annoni), il fratello Sebastiano (Gustavo La Volpe) e Gonzalo (Gianni Quillico), fedele consigliere. In questo microcosmo lontano dalle regole della civiltà, si muove anche Calibano (Alberto Baraghini), creatura primitiva e dolente, simbolo di un’umanità ferita e istintiva, che incarna il lato più oscuro e viscerale dell’isola. Qui Prospero orchestra gli eventi per smascherare colpe e avidità, ottenere il pentimento e ristabilire la giustizia.

Sin dalle prime immagini il film si presenta come una dichiarazione di intenti: “Questo non è un film”, e non deve essere interpretato come tale. Giuseppe Scordio afferma: “L’opera si configura come un progetto ibrido tra cinema e teatro, che mette in relazione linguaggi diversi e si colloca in una dimensione volutamente non convenzionale, in dialogo con la tradizione del cinema poetico”. Questa è la vera forza del film, non imitare la tradizionale pellicola cinematografica, ma superarla, trasformarla, portarla a un livello superiore.

Il progetto nasce da un’urgenza autentica, dalla necessità di agire quando il mondo sembra vietare qualunque cosa, di tornare a muoversi quando il resto sembra fermarsi. L’idea de “La Tempesta” prende forma durante l’emergenza pandemica, in pieno lockdown, in un momento storico in cui cinema e teatri, luoghi vitali per la cultura, vengono silenziati, messi in pausa. Tuttavia proprio da questa immobilità forzata nasce un movimento creativo potente, capace di dare forma al capolavoro che vediamo oggi in sala.

L’anteprima stampa è stata un’occasione per cogliere ancora più a fondo le sfaccettature della pellicola, ma anche un momento profondamente emotivo, sospeso tra lacrime di gioia e tristezza, tra dolore e gratitudine per Gianni Quillico (Gonzalo), la cui scomparsa è avvenuta appena un giorno prima del debutto. Attraverso i ricordi e gli aneddoti del cast sulla sua straordinaria persona è emerso con ancora più forza il valore del messaggio affidato al suo personaggio: Gonzalo è l’unico che riesce a vedere oltre la tempesta, a provare ottimismo per il futuro e a immaginare una società più giusta, più equa, più umana. Una visione che, pur nella sua semplicità, diventa il vero cuore etico dell’opera.

Questa dimensione ibrida tra cinema e teatro è la vera e propria chiave di lettura del film e trova la sua espressione più evidente nell’uso della macchina da presa. Talvolta essa segue lo sguardo dei personaggi, permettendoci di vedere con i loro occhi, talaltra le riprese e le inquadrature sono funzionali a trasmettere le emozioni e la natura del loro animo. Ferdinand è il simbolo della giovinezza, dell’innocenza e dell’amore e per questo è sempre immerso in una luce quasi eterea, Gonzalo è spesso inquadrato in piani medi o larghi che lo collocano nel contesto della natura, in modo tale da sottolineare la sua armonia con l’ambiente circostante, mentre Antonio è caratterizzato da riprese confusionarie, veloci, frammentate, scure, a indicare la sua tendenza intrinseca all’inganno e all’ambizione sfrenata.

In questo senso il film si realizza come un atto di resistenza artistica. L’Isola di Ischia diventa non solo il set perfetto, ma un punto di incontro tra poesia e natura selvaggia, un rifugio in cui l’arte può continuare a esistere e a interrogare il presente. È proprio in questo luogo incontaminato che prende forma concreta un’intuizione antica, ma oggi più che mai attuale nel contesto delle questioni ambientali: “Soltanto la natura avrebbe il potere di produrre ogni sorta di prosperità di abbondanza al fine di nutrire l’intera umanità” (Shakespeare).

In definitiva, “La Tempesta” si rivela come un viaggio profondo all’interno delle contraddizioni dell’animo umano, dove amore, paura, desiderio e rabbia si intrecciano continuamente. Il percorso di Prospero non è soltanto una ricerca di giustizia, è un processo graduale di presa di coscienza, in cui emerge una verità semplice ma essenziale: il vero potere non risiede nel controllo o nella vendetta, bensì nella capacità di lasciar andare. È nel momento in cui rinuncia alla magia e al dominio sugli altri che il personaggio compie il suo atto più umano e autentico.

Da qui emerge con forza il nucleo più intimo dell’opera: il perdono come atto necessario, ma complesso, che passa inevitabilmente attraverso il confronto con se stessi. Riconoscere i propri errori, accettarli e trasformarli diventa l’unica via possibile verso la rinascita. Allora ciò che resta non è una soluzione definitiva, ma una consapevolezza inquieta eppure luminosa: l’esistenza sfugge, si dissolve mentre la viviamo, si costruisce di attimi che non possono essere trattenuti. Come il teatro evocato da Prospero, anche la vita è scena e illusione, presenza e scomparsa, un intreccio di realtà e immaginazione che si consuma nel tempo stesso in cui prende forma. Dunque forse è proprio in questa sospensione tra tra ciò che siamo, ciò che crediamo di essere e ciò che vorremmo essere, che si intravede la verità più profonda dell’esistenza, una verità che Shakespeare ha consegnato quattro secoli fa, ma che continua a risuonare con forza ancora oggi: “Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni”.

di Alessi Folli

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