Rivivere oltre le crisi e il lutto

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Rivivere oltre le crisi e il lutto

di Mariangela Mombelli

www.ilgiornaledelricordo.it  ha incontrato il prof. Francesco Campione - medico, specialista in psicologia medica - fondatore dell’Istituto di Tanatologia e Medicina Psicologica, fondatore e direttore di Zeta, rivista italiana di tanatologia, nonché presidente dell’Associazione Culturale Rivivere, che sviluppa la propria attività clinica e sociale nella realizzazione del "Progetto Rivivere", una rete di ricerca, formazione e intervento clinico nelle situazioni di crisi e di lutto. Con lui ci siamo interrogati sulla morte e sulla elaborazione di un lutto dove, nella nostra cultura occidentale, si è praticamente lasciati soli con la propria depressione e con il rischio di cadere nella "droga".
Cosa vuol dire morire nella società di oggi?
<<La morte, e il lutto che ne consegue, nella società occidentale di oggi tendono a diventare, ad eccezione delle morti “eccellenti”, un fenomeno privato, a causa della crisi che ha investito i rituali collettivi del cordoglio con l’avanzare della secolarizzazione della società. Ne consegue che l’individuo è, generalmente, abbandonato nella propria elaborazione individuale del lutto per il cui superamento la cultura dominante in Occidente propone modalità per distrarsi e dimenticare al più presto la perdita subita. Gli effetti collaterali di queste modalità sono noti a tutti: quanti psicofarmaci, droghe o magie e illusioni, si consumano per distrarsi da una perdita che non si affronta o per “raccontarsi” che non c’è stata nessuna perdita perché ciò che si è perso si può far rivivere così com’era? E nelle situazioni di lutto più gravi la strategia della distrazione può non bastare: occorre “drogarsi” molto a fondo o si cade in “depressione”>>.
Alla luce di questa premessa, mi può illustrare meglio in cosa consiste il “Progetto Rivivere”?
<<La maggior parte delle persone che hanno subito un lutto in famiglia per morte naturale o per morte traumatica nel nostro Paese non hanno la possibilità di essere supportati in modo competente, secondo i loro bisogni specifici e personali. Il “Progetto Rivivere” vuole colmare questa lacuna e consiste nella realizzazione di una rete nazionale di aiuto psicosociale per le persone in lutto. La prima maglia di questa rete è stata attivata a Bologna grazie alla collaborazione di tre attori: il Servizio di aiuto per le persone in lutto operante presso il Dipartimento di psicologia dell’Università di Bologna, il Servizio di aiuto alle famiglie in lutto presente presso l’Hospice M.T. Chiantore Seragnoli e l’attività socio-culturale dell’Associazione Rivivere. Nella pratica, si tratta di fornire interventi gratuiti di counseling psicosociale elaborati ad hoc e articolati in quattro servizi:
1) Servizio NIOBE (la madre mitologica a cui gli dei invidiosi fanno morire i suoi quattordici figli e che gli stessi dei trasformano pietosamente in una sorgente perenne di lacrime) per l’elaborazione del lutto traumatico;
2) Servizio APOLLODORO (l’amico di Socrate che alla sua morte non smette di piangere perché pensa che anche se i vivi si consolano i morti non tornano) per il lutto da morte naturale negli adulti;
3) Servizio ALCESTI (la regina che si offre di morire al posto del re Admeto, suo marito, per “non restare sola coi figli orfani) per il lutto dei bambini;
4) Servizio PRIMOMAGGIO (giorno in cui i lavoratori fanno festa solo se non hanno perso il lavoro) per il lutto dovuto alla perdita del lavoro>>.
Come e cosa si propone il Servizio Primomaggio?
<<Il Servizio Primomaggio nasce dalla constatazione che la disoccupazione non può essere affrontata solo sul piano economico dato che, nel lasso di tempo necessario a trovare un altro lavoro o un nuovo lavoro, disoccupati e inoccupati possono di fatto distruggere gli altri e/o distruggersi. Il tempo del non lavoro può essere un’opportunità per cercare un lavoro “giusto”, cioè più corrispondente alle esigenze della persona; di conseguenza "Primomaggio" si propone, nella perdita o assenza di lavoro, di fornire un aiuto psicologico concreto volto non solo a uscire il più possibile integri dalla crisi/lutto come persone, ma anche a trovare un lavoro più "umano">>.
Un’altra proposta dell’Associazione Rivivere sono i Death Cafè: ce ne può spiegare l’origine e la funzione?
<<I Death Café, o Café Mortel, nascono a Ginevra nei primi anni di questo secolo e si propongono come luoghi di discussione sulla morte, sorseggiando qualcosa da bere. L’idea nasce dal non rassegnarsi a vivere in un’epoca in cui l’unico modo per affrontare la morte sia la distrazione, e dalla constatazione che sono molte le persone che vogliono parlare di morte e affrontarla ma non ci sono spazi che consentono di farlo. Dei circoli originari, nati da un’iniziativa del sociologo svizzero Crettaz, resta la libertà di portare qualsiasi punto di vista senza pregiudizio alcuno. A Bologna sono ormai avviati cinque gruppi, che si riuniscono all’incirca due volte al mese, formati da persone eterogenee per genere, età, interessi, animate non tanto dal desiderio di trovare un aiuto specifico, ma di prepararsi al momento in cui ne avranno bisogno e di superare un tabu, nella convinzione che parlare di morte possa essere una strada per vivere meglio. La grande sfida è quella di costruire una cultura consapevole della morte e i Circoli dei mortali, formati da soggetti che si interrogano sulla loro condizione, possono favorirne la realizzazione>>.
In che senso parlare di morte può aiutare a vivere meglio la vita?
<<Ci si interroga sulla morte senza necessariamente arrivare alla conclusione che è l’annullamento di tutto: si può scoprire che ci sono alternative che danno senso alla morte, senza concentrarsi sul fatto che ci sia o meno un al di là: ad esempio alla nostra morte gli altri rimangono! Con la nostra morte non finisce il mondo! Interrogandosi su questo si scoprono molte altre cose attraverso la capacità umana di dare un senso a ciò che appare insensato. Magari il senso non si afferra, ma il cercarlo, il parlarne, aiuta a evitare di vivere nell’angoscia o nella paura di quel momento. In tutte quelle filosofie e quelle culture che guardano alla morte dal punto di vista del tempo, in rapporto all’infinito si parla di più della morte perché non è vista come qualcosa che conclude la vita. Se, invece, si pensa che dopo ci sia il nulla, non ha senso discuterne>>.

Per contattare il professor Francesco Campione:

http://www.clinicacrisi.it

info@clinicacrisi.it

 
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