Sarajevo, la memoria a trent’anni dall’assedio
28 marzo 2026
Tra il 1992 e il 1996, nel cuore dei Balcani, la guerra in Bosnia ed Erzegovina trasformò una convivenza fragile in un conflitto devastante. Dopo la dissoluzione della Jugoslavia, tensioni etniche e interessi politici sfociarono in una guerra sanguinosa tra bosniaci musulmani, serbi e croati. In questo scenario, Sarajevo divenne il simbolo più tragico: una capitale assediata per quasi quattro anni, isolata, bombardata, presa di mira dai cecchini. Un luogo dove la popolazione civile fu intrappolata in una guerra che non aveva scelto, costretta a sopravvivere ogni giorno sotto la minaccia costante della morte.
Ci sono città che non smettono mai di raccontare. Anche quando tacciono. Anche quando sembrano aver ricucito le ferite. Sarajevo è una di queste. Cammini per le sue strade, senti il rumore dei tram, osservi i caffè pieni, eppure sotto ogni passo vibra ancora una memoria che non si lascia archiviare. Una memoria fatta di giorni contati, di attese sospese, di vite spezzate e di umanità che, incredibilmente, non si è mai arresa.
Sono passati trent’anni dalla fine dell’assedio. Trent’anni da quei 1425 giorni in cui la vita non aveva peso, o meglio, ne aveva uno fragilissimo, pronto a dissolversi al primo colpo di fucile. Dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996, Sarajevo è stata una città prigioniera del cielo e delle colline che la circondano. Ogni finestra poteva essere una trappola, ogni strada un azzardo, ogni respiro un rischio.
Eppure, in quell’inferno, qualcosa resisteva.
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“Si viveva giorno per giorno”, ricorda Pero Sudar, allora vescovo ausiliare della città. Non c’era futuro, solo presente. Un presente fatto di paura costante, dove anche attraversare una stanza poteva trasformarti in bersaglio. I cecchini osservavano dall’alto, nascosti tra le rovine e sulle alture, pronti a colpire chiunque osasse muoversi lungo il fiume Miljacka o attraversare una strada scoperta.
Eppure, contro ogni logica, la speranza non si è mai spenta.
Forse è questo il paradosso più potente di Sarajevo: mentre tutto crollava, l’umanità cresceva. In una città senza acqua, senza cibo, senza luce, le persone condividevano il poco che avevano. Un pezzo di pane diventava un gesto d’amore. Una candela accesa, un atto di resistenza. La solidarietà non era un valore astratto, era sopravvivenza quotidiana.
Alla fine dell’assedio si conteranno oltre 11.000 morti, tra cui circa 1.500 bambini. Numeri che fanno tremare. Numeri che, però, non raccontano tutto. Perché ogni cifra nasconde una storia, un volto, un nome. E soprattutto, una perdita che non si misura.
Quella di Sarajevo è stata una guerra imposta. Non nata dal popolo, ma calata dall’alto, frutto di interessi, divisioni, strategie. Lo dimostra anche la pace che ne è seguita, sancita dagli Accordi di Dayton, che hanno congelato il conflitto senza davvero sanarlo. Ancora oggi, la Bosnia ed Erzegovina vive in un equilibrio fragile, sospesa tra passato e futuro, tra convivenza e divisione.
E poi ci sono le ombre più buie. Quelle che fanno male ancora oggi. Come i cosiddetti “Sarajevo Safari”: uomini venuti da lontano, disposti a pagare per sparare sui civili. Non guerra, ma caccia. Non strategia, ma crudeltà pura. Un abisso morale che ancora oggi è difficile persino immaginare, figuriamoci accettare.
E allora la domanda resta: cosa resta di tutto questo?
Resta una città viva. Resta una memoria che non si piega. Resta la consapevolezza che la guerra è sempre una sconfitta, non solo per chi muore, ma per l’umanità intera. Perché, come dice Sudar, il vero danno non è solo la perdita della vita, ma la perdita della fiducia nell’essere umano.
E forse è proprio da qui che bisogna ripartire.
Oggi, mentre il mondo guarda a nuovi conflitti, Sarajevo non è solo un ricordo: è un monito. Ci dice che la guerra può iniziare in un attimo, ma la pace richiede generazioni. Ci insegna che anche nel buio più totale può nascere la luce della solidarietà. E ci obbliga a non restare indifferenti.
Perché la memoria, se è viva, non serve a guardare indietro. Serve a scegliere, ogni giorno, da che parte stare.
di Giorgia Pellegrini
Foto e video liberi da copyright https://youtu.be/0Ix8CmZHtds?si=RqV05ruMYK6IY5DQ
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