Il ciclone Harry non fa hype
28 gennaio 2026
Non tutti i disastri fanno rumore. Alcuni passano quasi inosservati (o forse vengono deliberatamente ignorati). È il caso del ciclone Harry, che nelle scorse settimane ha colpito duramente il Sud Italia con piogge torrenziali, venti violenti e mareggiate estreme, lasciando dietro di sé danni, disagi, morti. Eppure, fuori dalle cronache locali, se ne è sentito parlare davvero poco: l'ultima notizia prima dei titoli di coda dei telegiornali, l’articolo in fondo alla pagina del quotidiano, una news apparsa di sfuggita sui social. A quanto pare il ciclone Harry non ha fatto scalpore.
Dal punto di vista meteorologico, il ciclone Harry è un sistema depressionario assimilato ai cosiddetti medicane, cicloni con caratteristiche simili a quelli tropicali che si formano nel bacino del Mediterraneo. Tra il 19 e il 21 gennaio il fenomeno ha interessato in particolare Sicilia, Calabria e Sardegna, portando precipitazioni intense, raffiche di vento superiori ai 100 km/h e onde oltre i 10 metri.
Dal punto di vista umano, il ciclone è stato sinonimo di devastazione, fisica e psicologica. In molte aree si sono registrati allagamenti, frane, danni alle infrastrutture, interruzioni dei collegamenti e gravi disagi per la popolazione, soprattutto nei centri costieri e nelle zone interne già esposte al rischio. Eventi di questo tipo non sono più eccezioni: si inseriscono in un quadro climatico sempre più instabile, in cui il Mediterraneo diventa terreno fertile per fenomeni estremi, con conseguenze dirette sulla sicurezza e sulla quotidianità delle persone.
Del Ciclone Harry non colpisce solo la forza devastante, ma il modo in cui è stato raccontato – o meglio, quanto poco lo sia stato – dai media nazionali. Le informazioni sono state diffuse in modo discontinuo e superficiale, limitandosi per lo più a brevi segnalazioni o spazi secondari, senza offrire un’analisi seria degli effetti sulle aree interessate.
Ancora una volta, il Mezzogiorno attira l’attenzione solo quando i fatti assumono toni tragici. I problemi legati alla fragilità del territorio, al rischio ambientale e all’assenza di politiche di prevenzione vengono del tutto ignorati. Tuttavia questa carenza di attenzione non riguarda soltanto i mezzi di comunicazione di massa, ma implica una mancanza di impegno civile: dedicare poco spazio – sia sui media che nelle proprie riflessioni quotidiane – a eventi come il ciclone Harry significa indebolire la percezione pubblica dei pericoli connessi alla crisi climatica e normalizzare l’idea che alcune comunità possano essere colpite nel silenzio.
Se da una parte i grandi media hanno dedicato al ciclone Harry uno spazio limitato, dall’altra c’è stato qualcuno che non è rimasto indifferente al tema, un personaggio famoso che ha restituito al fenomeno l’importanza che merita: Fiorello. Durante la puntata del 26 gennaio del programma radiofonico La Pennicanza, condotto da Fiorello e Fabrizio Biggio (in onda dal lunedì al venerdì alle 13:45 su Rai Radio2), il cantante e conduttore televisivo ha espresso la sua opinione sulla situazione nel Sud Italia.
“È una tragedia sottostimata – ha detto Fiorello – i media ne hanno parlato pochissimo e la situazione è davvero drammatica. La prossima stagione è a rischio: lì si vive di turismo. Attività, servizi comuni, tutto distrutto. Bisogna fare presto”. E ha poi aggiunto: “Ho visto il senatore La Russa fare una visitina… sarebbe opportuno che altri politici andassero, lì così come in tutte le zone colpite. Io ogni giorno lo ripeto: non dimentichiamocelo. Perché nei TG la notizia va sempre più avanti, sempre più avanti… e poi sparisce. Attenzione anche alle raccolte fondi: intanto lo Stato deve occuparsene prima, poi penseremo a quello”.
Insomma il problema esiste, ma fatica a restare nell’agenda pubblica e come ha affermato Stefano Ciafani, presidente di Legambiente “ancora una volta l’Italia rincorre le emergenze invece di prevenirle con azioni di mitigazione e adattamento”. Una riflessione che pesa ancora di più se si considera che lo stato di emergenza è stato deliberato dal Consiglio dei Ministri solo il 26 gennaio, una settimana dopo l’inizio degli eventi.
Insomma, il vento cambia, le telecamere si spostano, ma le conseguenze restano: territori più fragili, economie locali in difficoltà, comunità che faticano a ripartire. Raccontare meglio questi eventi non significa solo informare, ma costruire una memoria condivisa che porti a prendere e pretendere politiche di prevenzione più serie, perché quando un disastro non fa rumore, il rischio più grande è che venga dimenticato e con lui le persone che lo hanno subito.
Il ciclone Harry non avrà “fatto hype”, ma sicuramente ha lasciato cicatrici indelebili nei cuori di chi lo ha vissuto.
di Alessia Folli
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https://www.youtube.com/watch?v=6mLL6DCc4q4
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