“Melania”, da sogno di potere a docu-specchio incrinato

08 febbraio 2026

Quando un’opera cinematografica viene annunciata con fanfare da prima pagina, premiere alla Casa Bianca, red carpet al Kennedy Center e un budget da blockbuster, la promessa è chiara: sarà un evento. Con "Melania", il documentario su Melania Trump uscito il 30 gennaio 2026, tutto questo c’era davvero. Ciò che è arrivato nei cinema è una creazione lucente e vuota, uno specchio levigato che riflette molta immagine… ma pochissima verità.

Il film, diretto da Brett Ratner e prodotto con la sigla potente di Amazon MGM Studios, prometteva di essere un ritratto intimo dei 20 giorni che precedono la cerimonia d’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Invece è diventato un gigantesco manifesto di branding politico con i toni di una glossy brochure e il cuore di un comunicato stampa.

Il sogno patinato… e la cruda realtà

Esteticamente Melania abbaglia: immagini curate, musica evocativa, costumi e scenografie progettati per incantare, ma al di sotto della superficie? Un vuoto narrativo che fa emergere la domanda più semplice e spiazzante: perché questo film esiste? Se il punto era raccontare una donna dietro la figura pubblica, l’effetto è quello di guardare attraverso una lente che sfoca tutto ciò che potrebbe turbare, scuotere o anche solo sorprendere.

Il pubblico più critico l’ha bollato come nulla più che propaganda su pellicola, uno strumento di auto-valorizzazione mascherato da documentario, che evita abilmente qualsiasi ombra o dubbio nella narrazione. Anche fonti internazionali sottolineano come il progetto non aggiunga nulla di sostanziale alla comprensione della First Lady, se non una sequenza di momenti estetici e dichiarazioni edulcorate.

I numeri che non raccontano tutta la storia

Sul fronte commerciale, il debutto di Melania ha sorpreso gli analisti: con circa 7 milioni di dollari incassati nel primo weekend, il documentario ha ottenuto quello che molti definiscono il miglior esordio per un documentario non musicale degli ultimi dieci anni.

Ma attenzione: questi numeri vanno letti con cautela. Il colossale investimento, circa 75 milioni tra diritti e marketing, ridimensiona l’apparente “successo”. E mentre alcuni spettatori applaudono, analisti del settore notano segni di possibili acquisti di biglietti in blocco e dinamiche di consumo legate a target specifici, più che a un interesse culturale diffuso.

In molte città, infatti, le proiezioni sono state quasi deserte, con cinema che hanno venduto pochissimi biglietti o addirittura solo uno per alcune sessioni.

Critica, pubblico e meme: il trionfo dell’ironia

La reazione critica è stata quasi unanime nel descrivere il film come privo di spine, incapace di scavare oltre la superficie. Con punte di sarcasmo e feroce disillusione, alcuni critici hanno paragonato l’opera a un pezzo di branding politico in abito da gala.

Sui social, l’effetto è esploso in meme, recensioni spietate e persino atti di vandalismo contro gli annunci pubblicitari. In ambienti digitali come Letterboxd, "Melania" è stata “review-bombed” prima ancora della sua uscita, un fenomeno che dice più sulla polarizzazione culturale attorno alla figura dei Trump che sul film stesso.

Un’opera che parla più di noi che di lei

Se "Melania" resta un documento importante, non è per ciò che mostra, ma per ciò che rivela del nostro presente. È un’opera che racconta la politica come intrattenimento e l’intrattenimento come politica. È il trionfo dell’immagine sulla sostanza, dove la narrazione personale diventa veicolo di narrazione collettiva, e dove la riflessione profonda è sostituita dalla sensazione immediata.

In un’epoca in cui il cinema documentario può scuotere coscienze e ridefinire narrazioni storiche, questo film decide invece di adottare un filtro patinato, preferendo il luccichio alla concretezza; e nel farlo, ci costringe a chiederci: quanto è potente una storia quando non ha il coraggio di dirci qualcosa di vero?

di Giorgia Pellegrini

Foto e video liberi da copyright 

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