Gli 80 anni di Zoff e le prodigiose uova della nonna25/2/2022

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Gli 80 anni di Zoff e le prodigiose uova della nonna25/2/2022

Mariano del Friuli è un tranquillo paese agricolo della provincia di Gorizia. A una decina di km a Nord da lì (Sdricca di Manzano), nell’estate 1917 nascono gli Arditi, corpo speciale dell’esercito italiano che un anno dopo darà il contributo decisivo alla vittoria nella Prima Guerra Mondiale. E a Mariano, 25 anni dopo (28 febbraio 1942), nasce l’ultimo degli Arditi. Risolutivo anch’egli, ma stavolta non al fronte con camicia nera e pugnale, ma sui campi di calcio con casacca grigia e guantoni da portiere. Si chiama Dino Zoff, persona oggi chiamata a spegnere 80 candeline e persona troppo nota per ripercorrerne qui in dettaglio vita e carriera, che si possono trovare ovunque su internet.

Basta qui un’estrema sintesi, ma soprattutto tirare in ballo la “Divina Provvidenza”, che sotto le sembianze di nonna Adelaide risulterà in due occasioni decisiva, per lui e per i destini calcistici della Juventus e della Nazionale Italiana. La prima volta quando, nell’orto dove la famiglia contadina Zoff coltivava uva, granturco, frumento, patate e girasoli, il piccolo Dino inizia a scoprire la vocazione da portiere: nonna Adelaide gli tira le prugne appena staccate dall’albero e lui si allena a bloccarle con addosso una canottiera bianca e un n.1 sulla schiena ricamato in rosso dalla mamma.  La seconda volta, dopo il 1956. A quella data, Dino ha 14 anni e tanta stoffa, ma viene bocciato ai provini di Inter e Juventus perché troppo basso (1,60 cm). Si rassegna a parare per qualche anno nella Marianese, squadra del suo paese, senza abbandonare però gli studi (il papà lo vuole meccanico). Nonna Adelaide entra in scena rimpinzandolo con robuste colazioni di uova (8 al giorno, almeno sembra) che in poco tempo portano a Dino 22 cm in più. Superata la soglia del 1,80 cm di altezza, nel 1961 viene acquistato dall’Udinese. La famiglia si trasferisce così a Udine (“In Italia”, commenta nonna Adelaide, essendo lei nata quando Mariano del Friuli era ancora austriaca). Zoff contribuisce poi a riportare il Mantova dalla Serie B alla A, quindi nel quinquennio 1967-72 gioca col Napoli, che otterrà un 2° e un 3° posto. Nel 1972, già portiere affermato oltre che stimato per il suo carattere sobrio e riservato, passa alla Juventus, con cui in 11 stagioni conquisterà 6 scudetti, 2 coppe Italia e 1 coppa Uefa. La sua ultima stagione in bianconero coincide con la prima di monsieur Platini e con la Coppa dei Campioni persa nella disgraziatissima finale di Atene contro l’Amburgo.

La sua immagine che, tuttavia, resta più di tutte fissata nella memoria collettiva degli sportivi italiani (e non) è quella con la Coppa del Mondo alzata al cielo la sera dell’11 luglio 1982 a Madrid dopo la finale vinta contro la Germania Ovest. Dici infatti Zoff e ricordi, subito e inevitabilmente, quel Mondiale lì, fatto di aspre polemiche (in reazione a critiche e illazioni giornalistiche inopportune, la squadra azzurra si inventò il primo “silenzio stampa” della storia: solo il tecnico Bearzot e capitan Zoff rimasero, e pure di malavoglia, a parlare coi giornalisti) e prodezze decisive (se Zoff al 90’ di quel leggendario Italia-Brasile non avesse bloccato in tuffo sulla linea di porta un pallone scagliato in rete da Oscar, i gol di Paolo Rossi sarebbero stati vanificati e l’Italia sarebbe tornata a casa senza passare il turno e poi vincere la Coppa). L’ultima presenza in maglia azzurra (la 112°) Dino la firma 4 giorni dopo la sfortunata finale di Coppa dei Campioni di Atene: domenica 29 maggio 1983. L’Italia gioca in Svezia, e dopo aver già compromesso il suo cammino nel girone di qualificazione agli Europei del 1984, perde 2-0. Zoff risulta il migliore il campo, appende subito dopo le scarpe al chiodo e inizia una carriera da allenatore che porterà nel 2000 quella stessa Italia ad un passo dal vincere l’Europeo. Il golden-gol francese che ci scippò quella coppa e le ingenerose critiche di Berlusconi all’operato di Zoff sono, infine, conseguenze ancora ben note.

Infine, 3 aneddoti personali legano chi scrive legati al grande Zoff: il primo è del 1976. La copertina verde dell’album calciatori stagione 1975-76 riportava lui di spalle. Fu, per il sottoscritto, allora infante di appena 4 anni, il primo approccio assoluto col mondo del pallone. Gli album di figurine li inizierò a riempire regolarmente solo 3 anni più tardi, ma quell’immagine di Zoff in presa, su sfondo verde, resterà scolpita indelebilmente nella mente. Trascorrono 11 anni e a Palermo (4 febbraio 1987) si gioca un’amichevole fra le nazionali olimpiche di Italia e Romania. Finisce 2-2, nulla di esclatante se non fosse che per il sottoscritto quella partita è la prima in assoluto vista in uno stadio. Ad allenare gli azzurri, il suo idolo d’infanzia Dino Zoff. Idolo che infine, nel 1999, si ritrova addirittura ad intervistare in occasione del post-partita di una gara di beneficenza tra gli “Amici di Scirea”, allenati proprio da Zoff, e la “Viasat”. Eccolo lì, il campione, entrato prepotentemente fra i miei idoli si per le sue parate, si per la sua bravura, ma anche e soprattutto per una serietà d'altri tempi, per i suoi capelli sempre in ordine, per il suo carattere taciturno, di uomo tutto d’un pezzo.  Mai una parola in più o fuori posto, da quando difendeva i pali della sua Marianese ad oggi che si accinge a soffiare sulla torta delle sue prime 80 primavere.

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