Gorizia nella Grande Guerra (1915-16)26/7/2021

Memoria per Gorizia nella Grande Guerra (1915-16)

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Gorizia nella Grande Guerra (1915-16)26/7/2021

di Giovanni Curatola
 

Quando l’Italia si getta nella mischia della Grande Guerra, il 24 maggio 1915, delle 3 città “irredente” (ossia con popolazione a stragrande maggioranza italiana, ma ancora ricadenti sotto l’Impero Austro-Ungarico) Gorizia è, insieme, la più piccola e la più vicina al nostro confine. Trento dista infatti 52 km dalle linee italiane e Trieste 45. Gorizia, solo 14. Adagiata al di là della riva destra del fiume Isonzo, la città è però protetta sul versante sinistro del fiume da una solida linea difensiva austriaca. Questa ha nei monti Sabotino a nord-ovest della città, Calvario (Podgora, in sloveno) al centro e San Michele a sud-ovest i suoi 3 baluardi ultra-fortificati. Le pendici di questi monti, disboscate per non offrire alcun riparo agli attaccanti italiani, sono piene di reticolati. Di questi 3 rilievi, solo il più a Nord, il Sabotino, coi suoi 609 mt. d’altezza, può definirsi montagna. Il Podgora e il S.Michele (tra i 200 e i 300 mt.) sono di fatto colline. Si pensa siano per questo più accessibili, ma è un errore che costerà migliaia di morti al VI° Corpo d'Armata del generale Capello. Così, sbollita l’iniziale euforia per un conflitto ritenuto a torto breve e poco dispendioso, per tutto il 1915 l’esercito italiano ammasserà cadaveri sui reticolati del Podgora senza ottenere sostanziali rettifiche territoriali.

Ininterrottamente per tutti i 3 anni e mezzo di guerra, Gorizia pagherà il dazio di essere una città permanentemente in trincea. Perché, al contrario di altre località investite dalla linea del fronte, quest'ultima non le scivola sopra una sola volta, togliendola a una nazione e inglobandola in un'altra, e chi s'è visto s'è visto. No. Qui il fronte passa in modo non pacifico, né tantomeno rapido, e soprattutto non si sposta poi lontano per andare a far danni altrove. Qui passa e ripassa. Due, tre volte... E' Gorizia stessa, in sostanza, ad essere sempre in prima linea, sia che si trovi occupata dagli austriaci che dagli italiani. La città subisce così, di volta in volta, i cannoneggiamenti di chi in quel momento non ha in mano la città, ma l’assedia dall’esterno (artiglierie italiane prima, austriache dall’agosto del 1916, di nuovo italiane dopo Caporetto). Ma andiamo per ordine.

1915: il 1° anno di guerra

Il 10 giugno 1915, a 2 settimane dalla nostra entrata in guerra, inizia la prima di tante inutili e dispendiose “spallate” al sistema difensivo austriaco: la I° battaglia dell’Isonzo. Il 35° reggimento fanteria "Pistoia", l’11° e il 12° subiscono gravi perdite senza riuscire a superare i reticolati. Dal 5 luglio ci provano la brigata "Re" ed unità di finanzieri e carabinieri (II° battaglia dell’Isonzo). Stavolta lo sfondamento riesce in alcuni punti, ma un immediato contrattacco austro-ungarico riporta gli italiani sulle posizioni di partenza. Dal 18 al 27 ottobre (III° battaglia dell’Isonzo) sono le brigate "Pistoia" e "Casale" ad essere lanciate, ancora senza successo, all'assalto del Podgora. Giorno 31, dopo una disperata battaglia all’arma bianca e a costo di gravissime perdite, la "Casale" conquista alcune linee nemiche che stavolta, nonostante il clima rigido impedisca ulteriori avanzate, riesce a mantenere. I lenti progressi italiani sono sin qui costati 10.300 tra morti e feriti.  Con la IV° battaglia dell'Isonzo (11 novembre) sempre la "Casale" espugna altre posizioni austriache, ma la cima del Podgora (quota 240), rimane ancora in loro mani.

1916: la presa del Sabotino e del Podgora

Arriva il 1916. A marzo (V° battaglia dell’Isonzo), altre migliaia di fanti italiani vanno ad accatastarsi, cadaveri, lungo le pendici del monte. L’ottusa tattica del generale Cadorna, che altro non prevede se non inutili e sanguinosi attacchi frontali contro nemici che godono di posizioni più elevate, armamenti migliori e di una solida protezione difensiva, oltre al forte malcontento fra le truppe, inizia ora a destare forti perplessità anche in seno sia al governo italiano che fra gli stati maggiori dei paesi alleati. Tuttavia, Cadorna resta ancora in sella e gode di un inaspettato regalo: l’immenso armamentario perso dagli austriaci sul fronte trentino a seguito del famoso, fallito attacco di luglio alle linee italiane (“Strapexpedition”). Armi e mezzi che vengono subito spostati sul fronte dell’Isonzo. Fra essi, le famose “bombarde”, micidiali armi austriache da volgere, stavolta, contro gli stessi reticolati austriaci che difendono Gorizia, fino ad allora impenetrabili alle fanterie italiane. Così, “la mattina del 5 di agosto – come dirà poi la più celebre canzone antimilitarista della Grande Guerra – si muovevano le truppe italiane / per Gorizia e le terre lontane / e dolente ognun si partì…”. Inizia la VI° battaglia dell'Isonzo. A metà pomeriggio del 6, il Sabotino è finalmente conquistato dalle nostre fanterie (brigate “Toscana”, “Abruzzi” e “Treviso”), che fino a sera stanano dalle caverne i presidi austriaci ancora non arresisi. E’ stavolta un’azione fulminea, impetuosa, militarmente impeccabile, che a Gabriele D’Annunzio ispira il famoso verso: “Fu come l’ala che non lascia impronte: / il primo grido avea già preso il monte”. Meno rapide, ma contestuali ed egualmente risolutive, sono la presa dell’abitato di Oslavia e l’avanzata sulla vetta del Podgora: la brigata “Casale” fatica a progredire verso la cresta, mentre in pianura la “Pavia” è fermata prima del sottopasso ferroviario del ponte sull’Isonzo. Dopo i continui attacchi e contrattacchi di giorno 7, la mattina dell’8 finalmente la “Pavia”, a seguito del colpo di mano del sottotenente Aurelio Baruzzi di cui parleremo, sfonda la linea dei sottopassi ferroviari, sbucando dietro il Podgora. L’improvvisa apparizione degli italiani alle spalle disorienta la 58ª divisione austriaca che presidia ancora la vetta, che presa tra due fuochi finisce così travolta dalle brigate “Pavia”, “Cuneo” e dall’11° e 12° della “Casale”. Il Podgora è finalmente italiano, e da quota 240 i fanti del 12° reggimento “Casale” hanno per la prima volta davanti gli occhi Gorizia, al di là del fiume, con le sue case bianche, le sue chiese e i suoi campanili. Su quest’altura sarà poi inaugurato, nel 1920, un obelisco in ricordo di tutti i soldati caduti in 14 mesi di duri scontri. Intanto, dei 18.000 austriaci presenti in zona a inizio agosto, solo 5.000 raggiungono Gorizia in ritirata, facendo saltare nella notte tra il 7 e l’8 tutti i ponti dell’Isonzo tranne quello di Salcano, peraltro subito dopo riattivato dai genieri italiani.

L’impresa di Aurelio Baruzzi

Baruzzi, si diceva. Presi il Sabotino e il Podgora, il sottotenente e il suo reparto della “Pavia” sono i primi che il giorno 7 si avvicinano all’Isonzo, al di là del quale c’è Gorizia. Ma tra loro e Gorizia e il fiume, nel punto difeso da meno forze nemiche, c’è uno sbarramento: il sottopasso ferroviario sulla strada di Lucinino. Aggirarlo non si può: gli austriaci, asserragliati nelle case sia al qua che al di là del fiume, sparano rabbiosamente e all’impazzata. Sanno che a breve dovranno ripiegare anche da lì e danno fondo a tutto il loro residuo di munizioni. All’alba dell’8 agosto, Baruzzi ottiene dal suo comandante 4 uomini, con loro giunge di soppiatto all’imbocco del sottopassaggio e, sbucato fuori dal nulla, punta la pistola contro un allibito ufficiale austriaco fuori il sottopasso. Il fattore sorpresa dà i suoi frutti: il piano, tanto banale ed elementare da non venire preso in considerazione dagli austriaci, riesce invece perfettamente. Gli austriaci si aspettano un attacco in forze, che sarebbero inevitabilmente avvistate e contrastate per tempo. Quale pazzo andrebbe incontro a morte certa nel tentativo di arrivare da solo lì, a quell’imboccatura? E invece il pazzo che non t’aspetti c’è, ha nome e cognome (Aurelio Baruzzi) e mentre tiene a tiro l’ufficiale austriaco, provvede ad isolare subito il telefono da campo, mentre uno dei suoi 4 uomini corre indietro a chiamare rinforzi. Per quanto surreale e paradossale possa apparire, per 20 interminabili minuti un sottotenente con soli 3 fanti riesce a tenere sotto scacco, con le armi spianate, 150 austriaci rintanati dentro il sottopasso. Nella situazione che s'è venuta a creare, non conta la superiorità numerica, ma la condizione in cui ci si trova rispetto al nemico, ossia il fatto di avere il grilletto pronto a far fuoco contro chi, preso alla sprovvista, non ha la sua arma in mano e immediatamente pronta a reagire. Nessuno degli austriaci, infatti, se la sente a mettere per primo la testa fuori il sottopasso: significherebbe farsela saltar via da un colpo di rivoltella ravvicinato. Nel frattempo, mentre le pallottole austriache ancora piovono incessanti dai due lati del fiume, si precipitano al sottopasso altre unità della “Pavia”. Gli austriaci, ancora attoniti, sono fatti prigionieri, ma l’impresa di Baruzzi non è ancora finita. Salito sopra il sottopasso liberato (che oggi porta il suo nome), fa sventolare un drappo tricolore del suo reparto. Ringalluzziti da tale visione, dalla dorsale del Podgora appena conquistato scendono a precipizio i fanti della “Casale” e di altre unità lì presenti, che possono così ricongiungersi a quelli della “Pavia”. La commozione è forte: quel sottopasso in mano italiana significa strada per Gorizia praticamente aperta.

Gorizia (momentaneamente) italiana

E’ così che, senza attendere che i genieri gettino passerelle o ripristino i ponti distrutti, intorno alle ore 15.00 (sempre dell’8 agosto) circa 200 fanti di entrambe le brigate, alla testa del solito Baruzzi, guadano a nuoto l’Isonzo, e nel tardo pomeriggio entrano per prime a Gorizia, dalla periferia meridionale della città, scambiandosi fucilate con le retroguardie austriache in ritirata man mano che risalgono sia la via principale della città (corso Francesco Giuseppe, più tardi ribattezzato Corso Italia), via dell'Usina (odierna via IX Agosto), via Tre Re (odierna via XXIV Maggio) e via Alvarez (oggi via Diaz). Alle 17.00, mentre il bombardamento sulla città continua e grossi proiettili d’artiglieria fanno crollare il tetto del duomo, un fonogramma annuncia che "i nostri sono a Gorizia". Dalla mattina, i soldati austriaci e i dipendenti comunali e civili più compromessi o legati all’amministrazione austriaca hanno iniziato l’evacuazione della città, che si riduce ora a 3.500 civili. Nelle cantine del municipio si rifugiano donne, bambini, impiegati, anziani feriti, che passeranno lì la notte, mentre alcuni edifici della città sono avvolte dalle fiamme. Intorno alle 19.00 cessano gli spari in città, e il sottotenente Baruzzi (sempre lui) issa sull’edificio della stazione ferroviaria meridionale della città il primo tricolore (una targa ancor oggi ricorda il gesto, per il quale l’indomani viene decorato dal Duca d’Aosta in persona con medaglia d’oro al valor militare). Il grosso delle truppe italiane entra in città la mattina seguente, giorno 9, coi ponti sull'Isonzo ripristinati dai nostri genieri e con in testa gli squadroni di cavalleria. Subito i combattimenti si spostano ad Est della città conquistata, nell’inseguimento da parte di bersaglieri e cavalleggeri degli austriaci in ritirata.

Intorno alle 7.00 del 9 agosto, tricolori ai balconi e fiori donati da molti filo-italiani usciti dopo mesi finalmente allo scoperto dai loro nascondigli per evitare l'arruolamento nelle fila austriache o l'internamento, accolgono le nostre truppe in centro e nel palazzo comunale. Piazza Grande, la principale della città, è ribattezzata Piazza Vittoria ed il "Corriere della Sera" esce in edizione speciale per celebrare l’evento. La propaganda filo-interventista e irredentista descriverà l’entrata dei fanti italiani a Gorizia fra il giubilo corale di tutta la popolazione. Non è così. L’entrata, come documentano alcune foto di quella mattina e le testimonianze dei reduci, avviene in una città semi-abbandonata. Case chiuse, strade vuote, piene di sassi, rottami e calcinacci ovunque. La popolazione è ancora tappata in casa, per giunta divisa (come sempre avviene in questi casi) fra chi è in preda all’ansia e alla paura per l’arrivo dei nuovi occupanti che considera ancora nemici, e chi invece (soprattutto gli irredentisti) vede in essi i “liberatori” e li attende con trepidazione e grandi aspettative. Ma che per prudenza uscirà allo scoperto solo l’indomani. In mezzo, c’è sempre l’immancabile aliquota di voltagabbana, lesta a cambiar casacca e accodarsi al vincitore di turno nelle ore del “ribaltòn”. Entro sera, i prigionieri austriaci salgono a 8.000 e la presa di Gorizia desta grande commozione in tutto il paese. Benché arrivata dopo ben 15 mesi di aspri combattimenti e pagando un tributo di sangue immane, la notizia riabilita il nostro esercito agli occhi dei paesi alleati. E’ il primo, vero successo italiano dall’inizio delle ostilità: le quotazioni di Cadorna risalgono di colpo, e fino alla disfatta di Caporetto dell’anno successivo il generale resterà in sella.

Vittorio Emanuele III visita Gorizia

Il 10 agosto la città è ufficialmente consegnata al maggiore dei carabinieri Giovanni Sestilli, che ne assume la reggenza e ai cui ordini vengono posti i pochi pompieri goriziani rimasti in città e i primi fanti della III Armata. È così possibile ripristinare l'acquedotto dell'Isonzo, l’ospedale, spegnere gli incendi che ancora divampano in città e far affluire medicine, derrate alimentari e altri generi di prima necessità per i goriziani più stremati. La visita, giorno 20, nientemeno che del re Vittorio Emanuele III vuol essere un segnale esplicito ad una città che si illude, lentamente, di avviarsi a una normalità e una pace che non avrà per ancora più di 2 lunghissimi anni. I morti italiani di questi giorni vengono sepolti nel fondo Fogar, che prende il nome di Cimitero degli Eroi. Cominciano, nel frattempo, i rabbiosi bombardamenti degli austriaci sloggiati da Gorizia ma già riorganizzatisi e fortificatisi sui primi altipiani carsici, poco più ad Est e dunque non molto lontano dalla città. La guerra, insomma, per Gorizia continua. Alle quasi 21.000 vite umane già sacrificate in nome di essa nelle tattiche perlopiù scellerate di Cadorna, se ne aggiungeranno ancora altre, seppur in numero fortunatamente più ridotto. E l’appellativo di “città maledetta”, con cui la celebre canzone la consegnerà alla storia, sarà per Gorizia quanto mai calzante.

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