Il terremoto del Belice e il gattino di Latina25/9/2020

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Il terremoto del Belice e il gattino di Latina25/9/2020

di Giovani Curatola

Le colline della zona del medio bacino del Belice (fiume della Sicilia sud-occidentale che divide le provincie Trapani e Agrigento), domenica 14 gennaio 1968 erano imbiancate di neve. L’area non era considerata sismica, e un po’ per quello e un po’ per la cronica e generale arretratezza del Meridione, i paesi di cui era disseminata presentavano un’edilizia antica, fragile e messa su con poca osservanza di regole: murature di malta e tufo di scarsa qualità, fondamenta insufficienti, tetti mal raccordati con le pareti esterne. La natura, con le violentissime scosse di giorno 14, 15 e 25 gennaio, ci mise ovviamente del suo. Ma a far assumere al terremoto i contorni della tragedia furono principalmente il precario stato edilizio, scarsamente resistente alle sollecitazioni sismiche per quanto sopra accennato, e la conformità dei paesi, con strade salita e discesa e case dunque abbattutesi per inevitabile effetto domino, essendo addossate le une sulle altre.

I pochissimi edifici costruiti in cemento armato e con criteri edilizi moderni restarono tutte in piedi, indenni o cavandosela tuttalpiù con qualche lieve crepa alle pareti. Per il resto, fu un disastro, e se, a fronte della distruzione pressoché totale della zona e dell’inghiottimento di interi paesi, il bilancio in termini di vite umane fu tutto sommato contenuto (quasi 300 morti) lo si dovette in buona parte al generale dei carabinieri Dalla Chiesa che, il pomeriggio di quella lontana domenica 14 gennaio, visitò la zona esortando i cittadini di quei paesi ad abbandonarli e a pernottare in campagna, in macchina o presso parenti/amici.

Il primo, grande boato si udì alle 13.28. La scossa, con epicentro fra Montevago, Poggioreale, Salaparuta e Gibellina, interruppe bruscamente il pranzo dei suoi abitanti e causò seri danni a tutti e 4 i centri. Ma era purtroppo solo l’antipasto. Tre quarti d’ora dopo (14.15) seguì una scossa ancora più violenta, che fu avvertita anche a Palermo e Trapani (nel capoluogo qualcuno, ricorda ancora il tremolio del terreno allo stadio della “Favorita”, dove il Palermo stava per scendere in campo contro il Potenza). La terza, forte scossa della giornata, si registrò alle 16.48, e oltre i 4 paesi sopra menzionati danneggiò anche quelli un po’ più distanti dall’epicentro: Menfi, Partanna, Salemi, S.Margherita Belice, S.Ninfa.

Il freddo e la neve resero ancor più disagiata la notte passata all’addiaccio da quasi tutti gli abitanti dell’intera zona. Le ore insonni fra coperte e caffellatte servirono però a mantenerne in vita la quasi totalità. Il buio della notte risparmiò tuttavia a migliaia di sfollati, nelle macchine o all’aperto nelle campagne vicine, l’orrendo spettacolo di veder sbriciolarsi tutto il proprio paese sotto i propri occhi. La scossa delle 02.33 fu intensissima, al pari delle due della giornata precedente, ma fu quella di mezzora più tardi (ore 03.01, X° grado Mercalli) a dare la mazzata finale su quanto, nella zona, restava ancora in piedi. All’energia elettrica saltata, ai pali della luce scaraventati a terra e alle strade spezzate in due dalle crepe formatesi nel terreno si accompagnò in un batter d’occhio lo sgretolarsi di 4 interi paesi e la morte sotto le macerie di quanti, per ripararsi dal freddo in mancanza di alternative, erano rimasti a casa.

A Gibellina caddero come castelli di sabbia 1.980 edifici (il 96% del totale), a Montevago 1.544 (99%), mentre Poggioreale e Salaparuta furono totalmente rase al suolo (rispettivamente con tutti i loro 993 e 1.050 edifici). Poco più lontano, S.Margherita Belice perse il 75% dei suoi 3.646 edifici, S.Ninfa il 44% (su 1.928 totali), Partanna il 30% (su 4.345 totali), Salemi il 24% (su 4.402), Menfi il 45% (su 5.978), Vita il 15% (su 1.446 edifici). In questi paesi, le scosse del 25 gennaio (VIII/IX° grado Mercalli) butteranno poi giù gli immobili già gravemente danneggiati 10 giorni prima. 

Fu per l’Italia il primo grande terremoto del dopoguerra. “Nessuno sapeva cosa fare – si legge ne “Belice gennaio 1968, “lu terremotu”. Quel precedente che fa ancora paura” del tecnologo Mario Mattia - La Protezione Civile non esisteva… non c’era nessun precedente… Il terremoto di Messina e quello di Avezzano erano troppo distanti nel tempo. Nessuno dei governanti aveva mai affrontato una simile emergenza. E dunque una litania di ritardi, di risposte approssimative ed inefficaci e di ignobili scaricabarile, ci restituiscono l’immagine di quello che è e resterà nella storia italiana come il “precedente” cui tutti, ancora oggi, guardano con terrore”.

I soccorsi, resi difficoltosi dal freddo, dalla neve, dalla quantità enorme di macerie, dalla confusione decisionale e dal sovrapporsi di direttive, a volte anche contrastanti fra loro, arrivarono due giorni dopo. “Tende senza brande. Convivenze forzate anche di 20 persone per tenda. Per mesi. Senza intimità. Senza potere preparare un pasto caldo, ma obbligati a far uso della mensa militare... E poi le baracche. Per un tempo infinito. Le ultime sono state smantellate negli anni ’80. Ma c’erano i biglietti ferroviari di sola andata disponibili gratis. E i passaporti subito pronti per qualunque destinazione. Quarantamila emigrati in tutto il mondo, comunità disgregate per sempre. Promesse di sviluppo tradite e soldi che risultano solo nelle contabilità dello Stato, ma che in realtà mai arrivarono…”. Rovescio della medaglia di tali approssimativi approcci fu la solidarietà popolare. Già dalla sera del 14 gennaio, dopo le prime violenti scosse e l’appello di Dalla Chiesa, palermitani e trapanesi accolsero nella propria città i primi sfollati, rifornendoli di coperte e viveri. Le scosse del 16 gennaio (ore 17.43) e del 25 (ore 10.56) completarono l’opera demolitrice, ma da demolire restava ormai ben poco, se non l’esistenza di un vigile del fuoco e un altro soccorritore che lì, in quell’angolo di Sicilia condannato dalla natura e dall’incoscienza umana, restarono per sempre.

Le tende approntate per 10 persone cadauna videro stipate, per necessità ma anche per volontà dei nuclei familiari di non smembrarsi, anche 20/25 individui. Gli sfollati furono in totale 95.000. Palermo e Trapani ne accolsero 14.000, oltre 50.000 presero la via dell’emigrazione: in Nord Italia o all’estero. Quantomeno, a essi fu risparmiato lo spettacolo dello scempio della ricostruzione, degli interessi mafiosi e della promessa di sviluppo tradita. Scrive sul suo blog “il vulcanico” il giornalista Gaetano Perricone: “Oggi quei bambini scalzi nel fango delle tendopoli sono adulti, e quei vecchi che ci guardano da quelle vecchie foto con le loro coperte sulla testa, non ci sono più. Posso percorrere le strade tra Castelvetrano e Partanna e perdermi tra campi di grano e infinite vigne allineate e perfette... E fermarmi a bere un bicchiere di rosso dal sapore forte e deciso, come i volti degli uomini che sorridono e alzano le spalle se gli chiedo di raccontarmi di quei giorni del gennaio 1968: “Non ci pensi, mi dica se le piace il vino” mi dicono”.

Oggi i paesi della zona, tranne quelli rasi completamente al suolo, hanno cancellato - chi più chi meno - le ferite di allora. Edifici nuovi, solidi e stavolta a norma hanno preso il posto di quelli caduti o lesionati. Quanto ai 4 paesi distrutti, sono stati tutti ricostruiti ad un’altitudine inferiore e soprattutto con strade larghe e in aree pianeggianti. Gibellina è stata ricostruita 20 km più ad est di dove sorgeva prima, più bassa di 200 metri (430 mt. prima, 230 quella attuale). Salaparuta e Poggioreale sono risorte a 5 km dai loro siti originari, anche loro più a valle (a 200 mt. d’altezza contro le originarie 350 di Salaparuta e 410 di Poggioreale). Infine, Montevago. Il paese sorge oggi proprio accanto al grande cimitero a cielo aperto costituito dalle rovine del vecchio, dunque alla stessa altitudine (360/380 mt.). Una vecchia ferrovia, che univa tutti e 4 i paesi, è oggi dismessa, mentre per rilanciare l’intera zona (oltre che accelerare, con l’occasione, il trasporto del pescato di Mazara del Vallo), fu costruita poco dopo il terremoto uno dei tratti autostradali più meridionali d’Italia: la Palermo-Mazara del Vallo.

Infine, tra le tante opere - più o meno discutibili - che nella zona ricordano oggi quel terremoto, la più simbolica e allo stesso tempo imponente è il cretto di Burri (dal nome dell’autore): un gigantesco monumento costruito negli anni ’80 che ripercorre le vie e vicoli della vecchia città, dove una volta vi erano le macerie, oggi cementificate. Si legge su Wikipedia: “La voglia di rinascita della città nacque dalla mente del sindaco, che vide nell'arte un riscatto sociale della città. Tra i numerosi artisti che vennero a titolo gratuito spiccò il nome di Burri”. Che ricorda: “Andammo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere, e subito mi venne l'idea: compattiamo le macerie, le armiamo per bene, e col cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest'avvenimento”. L’opera vista dall’alto può piacere o meno, tuttavia è indiscutibile l’imponenza: 80.000 metri quadrati. Le fenditure (dove sorgevano le vecchie strade del paese) sono larghe 2/3 metri, mentre i blocchi (contenenti le macerie degli edifici crollati) sono alti tutti un metro e mezzo. E’ impossibile percorrere all’interno, o solo vedere dall’alto, questo “gigantesco e potentemente simbolico sarcofago della Gibellina vecchia” (Perricone) senza essere colti da un mix di riflessioni, emozioni e senso di rispetto. Qualcuno nella zona ammonisce di stare attenti perché lì dentro si sentirebbero le voci di quelli che sono morti e ora chiedono di raccontare la loro storia a tutti.

Leggenda simile a quella del gatto sprofondato dentro una buca nella piazza principale di Latina la sera prima che Mussolini inaugurasse la città, e lì sepolto insieme al camion in cui si trovava. In quel punto, dove oggi c’è una grande fontana, la notte si sentirebbero ancora i miagolii. Era inverno anche allora (dicembre 1932), ma lì (Latina, ai tempi Littoria) per un gattino morente un'intera comunità stava prendendo vita. A Gibellina, invece, un’altra comunità l’ha persa per sempre.

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