Vacanze autarchiche8/8/2020

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Vacanze autarchiche8/8/2020

di Avv. R. Patrizia Tripodi

L’autarchia e un principio fondamentale dell’etica cinica e stoica, consistente nel nell’autosufficienza spirituale del sapiente che deve bastare a se stesso per risentire il meno possibile del bisogno delle cose e del mondo. In riferimento ad una particolare scelta politica rappresenta un indirizzo di politica economica, che sfruttando le risorse proprie di uno Stato, tende a renderlo autosufficiente e quindi economicamente indipendente dai Paesi esteri. Dal punto di vista giuridico l’autarchia è la caratteristica degli enti diversi dallo Stato di disporre di potestà pubbliche e consiste nella capacità propria degli enti pubblici di amministrare i propri interessi svolgendo un'attività amministrativa avente gli stessi caratteri e la stessa efficacia giuridica di quella dello Stato.
Siamo stati testimoni di stravolgimenti climatici che hanno portato il caldo in zone tipicamente fredde; di stravolgimenti politici con il passaggio da una lunga fase dominata dalla presenza ai posti di potere di grandi statisti per ritrovarci una classe dirigente formata da mercanti; ma questa pandemia ha prodotto un altro strano e radicale cambiamento sociale: per anni infatti abbiamo sentito parlare di globalizzazione, di mercato unico, di standardizzazione dei consumi e dei bisogni, di un’unica comunità internazionale con possibilità di comunicazioni in tempo reale da un capo all'altro del pianeta. Poi è arrivato il Covid, e quello che era stato creato in un secolo di sviluppo industriale e tecnologico, di scelte di rinnovo politico ed economico è stato cancellato con un colpo di spugna da un microrganismo di grandezza infinitesimale ma con la potenza di un gigante che all'improvviso ha cambiato il mondo a cui eravamo abituati. Con l'arrivo del virus è tornato in auge un concetto che automaticamente ci riporta indietro al tempo del fascismo: il concetto di autarchia, e la tendenza del Paese a produrre e acquistare tutto al suo interno, riducendo al minimo gli scambi con l'estero. Mentre l'autarchia assoluta e permanente è possibile soltanto in teoria, in quanto nessun Paese può rinunciare a qualsiasi collaborazione con il resto del mondo, l'autarchia relativa e temporanea ha avuto realizzazione storica e concreta sia a fini bellici diretti, sia allo scopo di sottrarre un Paese a rapporti tradizionali di dipendenza da uno o più Paesi. Si impose per le esigenze della Prima guerra mondiale negli imperi centrali, riapparve nella prima fase della storia dell'URSS in connessione con la trasformazione dell'economia e l'isolamento commerciale cui il Paese fu sottoposto ma soprattutto fu fondamento della politica economica fascista e nazionalsocialista. 

In Italia la politica autarchica del fascismo fu incentivata dalle sanzioni decise dalla Società delle Nazioni a seguito dell'invasione dell'Abissinia nel 1935, e fu affiancata da una martellante propaganda sull'autosufficienza e la “italianita” dei più diversi prodotti. Ad essa sono collegate la nascita di alcuni enti economici pubblici e nel settore agricolo la politica degli ammassi e l'incentivazione dell'allevamento del bestiame e di produzioni quali quelle di cereali e olivi. Di fatto la scelta dell'autarchia fu legata allo sviluppo di un'economia di guerra che produsse notevoli distorsioni nei consumi e negli investimenti. Una certa politica autarchica legata alle esigenze dell'economia programmata e della situazione politica, si diffuse poi anche in Paesi tradizionalmente liberisti, quando sopravvenne la Seconda Guerra Mondiale, che costrinse molti Stati a fare affidamento soltanto sulle proprie risorse e rafforzò l'autarchia di altri. Nel dopoguerra invece si è venuta sempre più accentuando la liberalizzazione degli scambi con l'estero e la tendenza alla collaborazione internazionale e all'integrazione economica. Così, dopo il miraggio dell'autarchia fascista, si è passati al mito della collettività, tanto che ispirato da una sorta di rigurgito, Nanni Moretti ha interpretato “Io Sono un Autarchico”, film del 1976, il cui protagonista vive in un appartamento romano e viene mantenuto dal padre dopo essere stato abbandonato dalla moglie insieme al figlio, e occupa il suo tempo recitando in una Compagnia teatrale sperimentale. Il gruppo teatrale si cimenta in una poco piacevole esperienza di training in collina dalla quale alcuni non ritorneranno: specchio fedele dell'atmosfera politica del tempo con uno sguardo autoironico che mette in luce i principali difetti di un movimento che subisce il riflusso esistenziale e generazionale dopo i fuochi d'artificio del '68. Stanno per arrivare gli anni 80, il disimpegno, la chiusura in se stessi, l'imborghesimento, il qualunquismo, la societa' dello spettacolo. Questo film inscena il presagio della disfatta, l'impotenza di una classe che prima di rovesciare il mondo dovrebbe provare a cambiare se stessa, il proprio atteggiamento privato, la pigrizia mentale, l'ambivalenza intellettuale. “Io Sono un Autarchico” è ebbro di comico e grottesco che misura la distanza tra l'io e il mondo e al contempo ne è forma di difesa con conseguente crisi di identità. Il protagonista infatti si comporta come un disadattato e leggendo il Capitale di Marx si accorge di aver sbagliato ideologia in un misto di passività e aggressività.
E arriviamo ad oggi in cui stiamo trascorrendo vacanze autarchiche, in cui non si viaggia se non entro i confini nazionali, si acquistano e si incentivano gli acquisti di prodotti nazionali, in cui si elogia la capacità dell'Italia di contrastare il virus meglio d ogni altra Nazione, in cui gli spostamenti sono ridotti al minimo anche all’interno del Paese  e si cercano luoghi diversi e spesso lontani dalle solite ambite mete.. Gli italiani in queste vacanze estive di un cupo 2020, si potrebbero considerare una grande “Famiglia Passaguai” ma in versione deprimente anziché comica come l’opera di Aldo Fabrizi del 1951, tratto dalla novella “La Cabina 124” di Anton Germano Rossi che racconta una domenica al mare che immaginata dai protagonisti come una giornata serena e divertente si concretizza in una giornata nera per tutti. Riportata alla situazione attuale si possono immaginare gli italiani a preparare fettine panate (come Ave Ninchi nel film) e vederli partire attrezzati di sdraio, tavolini, anguriee cibarie di ogni genere, usciti dalle cucine casalinghe per essere tutti trasportati da un vecchio torpedone fino alla spiaggia più vicina; qualcuno per godersi un ritorno al passato, i più per tornare più depressi di quando sono partiti perché se nel 1951 gli italiani uscivano da anni ben più tristi, dal fascismo alla Guerra, e con la voglia di ricominciare una vita nuova e serena proprio perché in tantissimi avevano da poco perso genitori, mariti, figli, fratelli e sorelle, e dopo la tragedia della Guerra erano pieni di speranza, agli italiani di oggi (quelli non toccati dalla malattia o dalla perdita dei propri cari o del lavoro) sono bastati 3 mesi di inattività trascorsi tra le mura domestiche in famiglia per perdere ogni equilibrio psicologico e farsi trascinare nel baratro della mente.

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