Monzeglio - Terzino gentiluomo e tennista del Duce4/7/2020

Memoria per Monzeglio - Terzino gentiluomo e tennista del Duce

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Monzeglio - Terzino gentiluomo e tennista del Duce4/7/2020

di Giovanni Curatola

Quando, dopo la vittoria dell’Italia ai Mondiali del 1934, conosce Benito Mussolini, il difensore del Bologna e della Nazionale Eraldo Monzeglio ha 28 anni. Piemontese, è già soprannominato “terzino gentiluomo” per la sua serietà, la sua integrità morale e la correttezza con cui affronta sempre gli avversari in campo. Atteggiamenti eleganti e cavallereschi involontariamente ma integralmente riproposti molto più di recente da Gaertano Scirea. Proprio per queste doti umane, che si sommano a quelle agonistiche, il tecnico azzurro Vittorio Pozzo ha già fatto di Monzeglio una pedina inamovibile della sua Nazionale, che nel 1938 bisserà la conquista della Coppa del Mondo in Francia, con Monzeglio ancora in rosa benché già giocatore sul viale del tramonto.

Nelle estati del 1934 e del 1935, sulla spiaggia di Riccione, stringe amicizia con Vittorio e Bruno Mussolini, figli del Duce. Il difensore del Bologna e della Nazionale pratica anche in maniera eccellente il tennis, sport che ai figli di Mussolini dice poco ma a suo padre molto, tanto da divenire negli anni a seguire istruttore privato del capo del fascismo.

Nell’agosto del 1935, intanto, Monzeglio passa dal Bologna alla Roma. Per delicatezza nei confronti di Vittorio e Bruno, di chiare simpatie laziali, si affretta a chiamare casa del Duce tramite il Ministero degli Interni, che gira la telefonata a villa Torlonia, residenza romana della famiglia Mussolini.

– “Pronto chi parla?"

- “Mussolini”

- “Ma no, è impossibile…”

- “Mussolini, si. Voi chi siete?

- “Monzeglio”

“Ah! Cosa c'è?”

– “Volevo sapere se Bruno e Vittorio sono scontenti che io vada alla Roma e non alla Lazio

Ne parlavano proprio a tavola, te li chiamo”. E questi gli dicono: "Basta che tu venga a Roma".

Proprio nella capitale, Monzeglio iniza a frequentare sempre più spesso la famiglia Mussolini. A villa Torlonia diventa di casa, e i suoi modi e il suo carattere conquistano anche donna Rachele, il cui buon fiuto romagnolo la porta a capire subito l’indole delle persone (non a caso la moglie del Duce ha sempre diffidato del genero Galeazzo Ciano, marito della figlia Edda, ma questa è un’altra storia…).

Monzeglio organizza frequenti partite a tennis, in singolo o doppio, con Mussolini. Si racconta che spesso lo lasci volutamente vincere, il che è francamente abbastanza plausibile. Dopo le sanzioni all’Italia per la guerra d’Abissinia, inizia a circolare una barzelletta sul Duce tennista: Monzeglio si accorge che l'allievo si ostina a usare solo il colpo diritto. Chiede allora al capo del fascismo che sarebbe ora di iniziare a colpire la pallina anche di rovescio, con la mano sinistra. Al che Mussolini gli fa: “Giammai! Noi tireremo diritto… (slogan in voga in quel periodo)”.

Il Campionato del Mondo del 1938, che fra antifascisti italiani esiliati in Francia e francesi ostili al regime si svolge per l’Italia in un clima incandescente, vede Monzeglio titolare alla partita d’esordio contro la Norvegia. Motivati da Pozzo, né lui né i suoi compagni si lasciano intimorire dalle bordate di fischi e insulti che piovono loro addosso da 10.000 antifascisti italiani fatti confluire appositamente a Marsiglia. Rispondono con un doppio saluto romano e, seppur a fatica, superano il turno. Sempre in uno stadio a loro ostile gli azzurri piegano poi la Francia padrona di casa e il Brasile, per poi imporsi a Parigi sull’Ungheria e bissare il trionfo di 4 anni prima.

Ma ancor più che tecnica, la grandezza di Monzeglio è, come detto, morale. Pur potendo approfittare dall’amicizia con la famiglia del Duce e delle assidue frequentazioni della sua casa, il calciatore-tennista non chiede mai nulla. Neanche un trattamento di favore quando, nel 1942, parte volontario per il fronte russo pur essendo dispensato dal richiamo alle armi. Anzi, è proprio nel momento in cui il fascismo cade e in cui Mussolini (rimesso in libertà dai tedeschi) si appresta con gli ultimi brandelli del suo prestigio e quel poco che rimane di uomini e di mezzi dopo l’8 settembre a rimettere in piedi uno Stato per salvare il salvabile, che Monzeglio va a Salò impiantandosi stabilmente proprio a villa Feltrinelli, sul Garda, dimora dei Mussolini durante la Repubblica Sociale. Benito ritrova il suo istruttore di tennis (i tedeschi gli costruiscono un campo nella villa), donna Rachele un umile e silenzioso collaboratore, Vittorio il suo amico (Bruno è frattanto morto). Si assume l’onere di andare giornalmente a Verona a racimolare, per la famiglia Mussolini, l’olio e il burro disponibile. Nell’ora della sconfitta, ritiene suo dovere ripagare la fiducia riposta in lui negli anni del trionfo.

Dopo il 25 aprile, pare che abbia rischiato la fucilazione, ma poi avrebbe prevalso il buon senso in quanto non aveva mai fatto del male a nessuno e si trattava pur sempre di un mito del calcio nazionale. Non ci sono tuttavia notizie in merito che confermino tale voce. Di certo è che nel dopoguerra, quando resterà nel mondo del calcio come allenatore, al contrario di tanti mitomani o tanta gente che è stata a contatto col Duce e che ha lasciato memoriali, interviste, dichiarazioni più o meno veritiere, Monzeglio non vorrà mai raccontare nulla, né a voce né su carta, del suo rapporto privilegiato col capo del fascismo e la sua famiglia, né dei tanti aneddoti ad esso legati (è stato, ad esempio, testimone della sfuriata di donna Rachele contro Claretta Petacci e interessato a un piano, poi fallito, per far evadere Galeazzo Ciano dal carcere). Ai soldi offerti dai giornali affamati di gossip, il “terzino gentiluomo” replicherà sempre con un elegante, garbato ma deciso diniego. Morirà nel 1981, pochi mesi prima che l’Italia di Enzo Bearzot rinverdisca in Spagna le gesta che lui e la pattuglia azzurra di Vittorio Pozzo compirono nell’indimenticato quadriennio 1934-38.

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