Gli Invisibili14/1/2020

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Gli Invisibili14/1/2020

di Avv. R. Patrizia Tripodi

In una società che si dica democratica e che si ispiri ai principi fondamentali della civile convivenza, quindi all’etica, non dovrebbero esserci categorie di persone considerate meno persone di altre. Ma è davvero così? I poveri, i disoccupati, i disabili, i detenuti, i bambini e i vecchi, rappresentano un esempio di invisibilità sociale. Sono categorie che non producono, spesso non votano, e pertanto non considerate dal potere se non a livello prettamente formale. 

La nostra Costituzione all’art. 2 recita: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Seguito dall’art. 3 che recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. 

Mi chiedo quando si smetterà di parlare di modifiche alla Costituzione che è considerata vetusta e inadeguata ai tempi (a detta di chi non l’ha mai letta) e quando invece si realizzeranno in concreto i principi da essa stabiliti e fissati in un momento storico molto particolare, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, che ha permesso il raggiungimento di un fortunato compromesso tra le varie forze politiche consentendo la redazione della Costituzione più bella del mondo.

Nell’anno appena trascorso è uscito nelle sale il film FranceseLes invisibles per la regia di Luis-Julien Petit, ispirato al libro di Claire Lajeunie “Sur la route des invisibles, scritto a completamento di un documentario andato in onda su una rete francese.

Protagoniste del film sono 4 assistenti sociali di un Centro diurno per l’assistenza a donne senza fissa dimora. Il Comune, nell’ottica del taglio alle spese, decide di chiuderlo e le quattro operatrici dedicano gli ultimi mesi a disposizione, alla ricerca di un lavoro per il variopinto gruppo delle loro assistite, abituate a vivere in strada. Tra spunti di riflessione su una problematica sociale, equivoci e grande ironia, spicca la potenza della solidarietà femminile.

Ma non basta distinguere tra visibili e invisibili. In questa seconda categoria rientrano tante diverse “sottocategorie”, alcune più invisibili delle altre.

Girando per le nostre città ci imbattiamo continuamente in senza tetto che fingiamo di non vedere e che a volte ci impietosiscono ma per i quali il massimo che facciamo è concedere qualche spicciolo frettolosamente tirato fuori dalle tasche, e continuiamo la corsa dimenticando il nostro stesso gesto e il suo destinatario. Sempre più spesso vediamo aggirarsi tra i secchi della spazzatura, anziani in cerca di cibo o di cose utili perché con le loro misere pensioni sono lasciati soli da governi e familiari; i vecchi, i più invisibili tra gli invisibili

A volte succede che i bambini di pochi mesi alla vista dei nonni con i loro capelli bianchi e le rughe, cadano in pianti disperati. Strano come in un Paese che vede in costante aumento la popolazione over 65, i pregiudizi sulla vecchiaia acquistino vigore molto presto nella vita di un individuo.

Il tempo farà la sua parte anche su di loro che un giorno si troveranno dalla parte dei nonni e chissà come reagiranno al pianto dei nipotini che non accetteranno il contatto con la vecchiaia. Chissà perché la vecchiaia fa tanta paura. Eppure è la gioventù ad essere foriera di enormi pericoli, di incertezze per il futuro; è la gioventù che ci mette di fronte a scelte di vita di cui non conosciamo le conseguenze e che possono portarci all’abisso. Ancora la gioventù che, per non averci dato il tempo di sperimentare, può rovinarci il resto della vita. Sono i rischi che corriamo da giovani a renderci adulti. 

Sul piano sociale la vecchiaia non è presa in considerazione. I vecchi sono un peso, un costo perché si ammalano; inutili perché non lavorano; impegnativi perché vanno a volte accuditi: pesanti perché richiedono attenzioni; ingombranti perché vogliono occupare il nostro tempo. E intanto che noi inseguiamo l’inutile chimera dell’eterna giovinezza, le strade si popolano di capelli bianchi e bastoni in cerca di cibo nei secchi.

Il tema è stato oggetto di un nutrito numero di film di fantascienza, uno per tutti “La fuga di Logan” del 1976 per la regia di Michael Anderson tratto dal romanzo di William F.  Nolan, dove le persone, tutte belle, venivano eliminate al 30esimo anno d’età.

James Hillman, psicanalista e filosofo americano, sostiene che bisognerebbe proibire la chirurgia cosmetica e considerare il lifting un crimine contro l’umanità, perché nel tentativo di manipolare le manifestazioni della vecchiaia, alimenta il mito dell’eterna giovinezza.

La foografa Kyoko Hamada, giapponese che vive a New York, per due anni si è truccata come un’anziana e si è mischiata alla gente. Qualcuno l’ha aiutata a portare le borse della spesa, altri le hanno aperto una porta, ma la sensazione che, racconta l’artista,  le è rimasta addosso è che a nessuno importasse davvero di lei; le sembrava che molti non la vedessero nemmeno. Era sola.

I vecchi e i detenuti sono i più esposti agli effetti angoscianti della solitudine. Il rischio di ammalarsi è più alto, per non parlare del numero di suicidi nelle carceri. E la paura della malattia è un altro elemento che allontana. Pensiamo alla solitudine dei disabili. Si sottovaluta in questa società che si stanno ponendo le basi per ottenere esattamente il contrario di ciò a cui si aspira. Si diventa mostri nell’esasperazione del culto del corpo; si è più soli affidando le proprie relazioni al mondo virtuale dove social ha un significato opposto a quello proprio del termine; si cerca di non invecchiare in un mondo di vecchi; si allontanano i malati non capendo che la malattia può colpire all’improvviso chiunque; non si pensa alla realtà dei detenuti non capendo che siamo noi stessi a non fare nulla per arginare il fenomeno della delinquenza. Non si comprende che i due mondi, quello del visibile e dell’invisibile sono costantemente connessi e governati da un fenomeno osmotico per il quale chiunque è soggetto al rischio invisibilitàda un momento all’altro  diventare invalido, disoccupato, malato, meno improvvisamente vecchio, e sparire repentinamente dalla vista altrui.

La crisi dei rapporti, la gran quantità di figli unici che nascono da coppie già adulte e che nemmeno hanno la fortuna di conoscere i propri nonni e di ricevere i loro insegnamenti, una società fondata sulla produttività e sulla velocità, il culto del corpo, l’aspirazione al superfluo, hanno dato vita ad un mondo di solitudine e di difficoltà nelle relazioni. Così non c’è più spazio per la lentezza e per l’ozio di cui non si capiscono più le ragioni e l’utilità (ma proprio da loro nascono la concentrazione e le buone idee), e si costruiscono continue barriere: i bambini con i bambini, gli adolescenti con gli adolescenti, gli anziani con gli anziani. Questo procura solo una immensa cecità culturale dalla quale non ci si libererà se non con una nuova consapevolezza e un rinnovato sguardo rivolto a tutti coloro che popolano il regno dell’invisibilità

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