Francesca, in ricordo di un'amica

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Francesca, in ricordo di un'amica

di Giada Milani

Avevo un'amica da bambina. Avevamo solo un anno di differenza, non siamo state amiche fin dall'inizio, diciamo che era una coetanea conoscente, figlia di genitori molto stimati del paese. Ci ritrovammo nel pieno dell'adolescenza dopo qualche anno separate dalla frequentazione di scuole diverse. Fu come conoscerla per la prima volta. La nostra amicizia iniziò a diventare più profonda e trascorrevamo tutto il tempo libero assieme. Eravamo molto diverse, soprattutto negli stili di vita: io ribelle testa dura, egocentrica e scalmanata, la classica adolescente "problematica"; lei, intelligentissima, di educazione molto rigida, abituata ad ambienti benestanti ma con un umiltà incredibile, molto dolce con quel sorriso sempre stampato sulla faccia. Era molto più matura della nostra età. Frequentando persone più grandi, era semplice per lei dare consigli e a me veniva facile chiederle tutto. Poi, dopo due anni di risate, di domeniche pomeriggio a passeggiare sul lago, di segreti sussurrati al telefono di nascosto dei genitori: litigammo. Non era una semplice incomprensione fra ragazzine, ci scontrammo pesantemente per come aveva nascosto una sua situazione personale e gestito a parer mio in modo "sconsiderato". Lei si sentì giudicata dall'amica più vicina e io mi offesi perché aveva omesso di dirmi cose importanti di quel suo periodo. Smettemmo di vederci, di sentirci e non passò molto tempo da quando smettemmo di salutarci quando ci incontravamo per strada. Sapevo che lei soffriva molto per questo allontanamento, e nonostante si notava una certa sofferenza nel suo sguardo, quando mi incontrava, io continuavo a sentirmi migliore di lei. Passarono tre anni, e il mio "rancore" si trasformò in totale indifferenza. Poi, improvvisamente, un martedì pomeriggio, come tanti, mentre frettolosamente mi dirigevo a piedi alla fermata dell'autobus per andare al lavoro, sentii una voce gridare il mio nome. Quando mi voltai, lei aveva il suo solito sorriso dolce, il respiro un po' affannato e lo sguardo malinconico. Questa sua iniziativa mi aveva colta di sorpresa. Restai immobile, in silenzio, mentre lei mi faceva le solite domande di rito che si fanno: "Come stai? Come va il lavoro?"; dopo un paio di risposte secche, cambiò espressione e improvvisamente mi disse che le mancavo. Disse che mi pensava spesso e che era dispiaciuta per non avere avuto il coraggio di fermarmi prima. Rimasi ancora in silenzio fissandola, poi risposi solo che dovevo affrettarmi a prendere l'autobus. Prima di voltarmi e andare via mi disse: "Ci vediamo venerdì pomeriggio? Sai ho tante cose da raccontarti e vorrei passare un po' di tempo con te come ai vecchi tempi". Risposi fredda: "Venerdì pomeriggio? Non credo, la sera partirò per il mare con le mie amiche quindi non penso di riuscire a passare da te, comunque ti telefono!" Abbassó qualche istante lo sguardo, poi con filo di voce mi disse: "chiamami venerdì, ci tengo davvero". Accennai un finto sorriso e poi di corsa andai alla fermata dell'autobus. Il venerdì successivo mi affrettavo a partire con le amiche direzione mare, pensai per tutto il tragitto: "Perché dovrei chiamarla? Alla fine ha sbagliato lei e poi sono con le mie amiche adesso, meglio pensare ad altro". La mattina successiva alle dieci circa, squilló il telefono; era mia madre che con voce spezzata mi comunicava che la mia vecchia amica la notte precedente aveva avuto un bruttissimo incidente stradale, e non ce l'aveva fatta. Il cuore si fermó e smisi di respirare per un secondo, poi l'incedulità e la disperazione. Aveva solo 21 anni Francesca. Non mi perdonerò mai quella telefonata mancata, quel sorriso non ricambiato, quella superiorità ostentata e quella superficialità che solo una ragazzina capricciosa ed immatura può avere. Ho imparato che nessuno è nessuno, per giudicare cosa e come. Ho imparato che non c'è mai abbastanza tempo per recuperare, e che un sorriso può torturare la mente di una persona molto di più di cento brutte parole. Ora so che ognuno ha il diritto di sbagliare nel proprio percorso, e che se ami davvero qualcuno lo sostieni, lo conforti ma soprattutto non lo abbandoni. Io ho sbagliato Francesca, ma ti assicuro che ogni volta che mi trovo ad ascoltare, a consigliare o valutare qualcuno c'è sempre stampato il tuo sorrisone nella mia testa e ricordo che io non sono nessuno per arrabbiarmi, giudicare o pretendere sulla vita degli altri. Sei nel mio cuore sempre, scusami, se puoi.

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