Renata Viganò, partigiana di Ferro1900-1976

Memoria per Renata Viganò, partigiana di Ferro

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Renata Viganò, partigiana di Ferro1900-1976

di Mariangela Mombelli

Ricorre quest’anno il quarantesimo anniversario della morte di Renata Viganò, la scrittrice e partigiana nota ai più per il romanzo “L’Agnese va a morire”, ma autrice di numerose pubblicazioni a partire dalle raccolte di poesie “Piccola fiamma” e “Ginestra in fiore” scritte in età giovanissima. Nacque a Bologna, nel 1900, in una famiglia borghese che, negli anni dell’adolescenza di Renata, fu esposta a un tracollo finanziario che costrinse la giovane a interrompere gli studi classici e a “piantare con un taglio netto ogni rapporto con i ranghi borghesi “ per andare a fare l’inserviente prima e l’infermiera poi. Nel 1935 conobbe Antonio Meluschi, poeta e partigiano, che divenne suo marito e che ebbe una grande rilevanza nella sua maturazione politica e nella sua adesione alla Resistenza. Prese parte alla lotta partigiana col nome di “Contessa” come staffetta e infermiera nelle formazioni della 28esima brigata Gordini Garibaldi operante in Romagna, tenendo con sé il figlio Agostino di soli 7 anni. Così Renata Viganò ricorda la sua scelta resistenziale: «Non ero più giovane. Sapevo ormai tutto intorno alla guerra, e avevo un marito, un bambino, una casa. Così, quando mio marito andò via partigiano, presi il bambino, lasciai a casa la roba e la paura, e fui partigiana anch’io… Qui somigliai davvero alla bisnonna Caterina, come un ramo in alto che va per la stessa via delle sotterranee radici…seguii la sua strada di acqua e di guerra, guardai quel cielo con pensieri quasi uguali, servii lo stesso nome di comandante nella medesima arma». Nel dicembre del 1943 sfollò con la famiglia a Imola; poco dopo il marito venne inviato a Belluno dove operava una brigata partigiana bolognese; lì fu arrestato dalle SS e torturato, ma riuscì a fuggire e a ricongiungersi alla moglie, che nel frattempo aveva continuato da sola la sua esperienza nella lotta di Liberazione. Finita la guerra, la Resistenza e la condizione delle donne rimasero centrali nella sua vita. Alla Resistenza si ispirò per i due testi - “Donne nella Resistenza”, omaggio alle donne antifasciste bolognesi, e “Matrimonio in brigata” -, oltre che per il romanzo “L’Agnese va a morire”, che forse meglio di ogni altro racconta la Resistenza al femminile, come gesto antieroico, simbolo di un mondo umile offeso che reagisce alla violenza con una forza interiore primordiale, prima ancora che con una coscienza politica. <<Ho scritto "L’Agnese va a morire", - è la testimonianza di Renata - come un romanzo, ma non ho inventato niente. È la mia testimonianza di guerra. È la ragione per cui la Resistenza rimane per me la cosa più importante nelle azioni della mia vita. L’ho vissuta prima di scriverla, e non sapevo di viverci dentro giorno per giorno. Il personaggio dell’Agnese non è uno solo. Non ho conosciuto una donna che si chiamasse Agnese e che abbia compiuto quello che ho raccontato di lei. Ma tante "Agnese" sono state insieme a me nei fatti e negli eventi, e gli eventi e i fatti o accadevano veramente tanto vicini da averne diretta sicurezza di verità, oppure erano tali che vi partecipassi io stessa, qualche volta anche senza saperlo nel momento, e avendone coscienza più tardi>>. E’ sempre la Viganò a spiegarci perché l’Agnese rimane la partigiana ideale, il modello della Resistenza femminile: <<L’Agnese è la sintesi, la rappresentante di tutte le donne che sono partite da una loro semplice chiusa vita di lavoro duro e di famiglia povera per aprirsi un varco dopo l’altro nel pensiero ristretto a piccole cose, per trovarsi nella folla che ha costruito la strada della libertà. Se non ci fossero state loro, le donne, operaie, braccianti, contadine, di pianura e di montagna, che si abituavano alle "cose da uomini", e a poco a poco capivano ognuna secondo la propria intelligenza, con coraggio e con paura, che "così" bisognava fare, che quella soltanto era la via da seguire, l’esercito partigiano avrebbe mancato di una forza viva, necessaria, spesso determinante. La donna del popolo è combattente, quando combatte per sé e per i suoi, sia contro la povertà in pace, sia per la vita in guerra, la guerra partigiana non maledetta come quella di conquista, ma accettata e condotta per vincere i nemici di ogni tempo, oppressori in patria e aggressori stranieri>>. I dati ufficiali dell’ANPI circa il contributo delle donne alla Resistenza dicono che 35.000 sono state le partigiane combattenti, 70.000 le donne iscritte ai Gruppi di Difesa, che prestavano assistenza ai partigiani e alle loro famiglie e sensibilizzavano le donne a partecipare alla lotta partigiana per rompere quell’immagine di donna regina del focolare propria del ventennio fascista. Questi numeri - oltre a essere comunque sottostimati per i pregiudizi sul ruolo svolto dalle donne nella lotta di Liberazione anche tra i partigiani combattenti - rappresentano un limite storiografico perché non dicono nulla di tutte quelle donne che non imbracciarono le armi, ma diedero ospitalità nei fienili ai partigiani o nascosero bigliettini, con ordini militari, dentro i generi alimentari delle drogherie: le donne scelsero da che parte stare. E furono tante. Anche se riportate ai margini appena finita l’emergenza – non dimentichiamo che a molte donne che avevano combattuto in montagna fu chiesto di non sfilare nelle città liberate all’indomani del 25 aprile, le donne con la Resistenza hanno vissuto una vera e propria “rivoluzione sociale” per il ruolo di protagoniste che via via assunsero. E’ a partire da questo momento che, in Italia, la donna viene riconosciuta come cittadina, una figura portatrice di diritti civili e politici; è a partire da quegli anni che le donne iniziano un percorso di rivendicazione di nuovi diritti, di spazi nella vita pubblica e sociale del paese e un nuovo ruolo nella vita economica e lavorativa.

Renata Viganò, Bologna 16 Giugno 1900 – Bologna 23 Aprile 1976

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