Cibi processati, dipendenza di cui non ci accorgiamo

12 agosto 2025

Non si sniffa, non si inietta, non si fuma. Si apre, si addenta, si mastica.
Eppure, per il cervello, l’effetto è sorprendentemente simile a quello di una sostanza stupefacente.

Patatine, biscotti, merendine, cereali da colazione, pizze surgelate: li chiamiamo “cibi” per abitudine, ma la definizione più onesta sarebbe prodotti di ingegneria alimentare progettati per agganciare il sistema di ricompensa del nostro cervello. Non sono frutto del caso: dietro c’è la scienza della dipendenza.

A confermarlo, un recente studio dell’Università del Michigan pubblicato su Nature Medicine. Gli scienziati hanno passato in rassegna quasi 300 ricerche condotte in 36 Paesi: il verdetto è chiaro. Gli alimenti ultra-processati non si limitano a soddisfare la fame: la creano. Lo fanno alterando il sistema dopaminergico, lo stesso circuito che si attiva con alcol, nicotina e cocaina.

Le immagini di neuroimaging parlano da sole: nei cervelli di chi consuma compulsivamente questi alimenti, le aree coinvolte nel desiderio e nel piacere si illuminano con pattern quasi identici a quelli delle droghe.

Ashley Gearhardt, psicologa e autrice principale dello studio, lo dice senza giri di parole: «Non ci si abitua alle mele o al riso integrale. Ci si abitua a prodotti pensati per colpire il cervello in modo rapido, intenso e ripetuto».

E qui sta il punto: questa non è semplice golosità. È una strategia di mercato. Gli ingredienti “killer” sono sempre gli stessi: zucchero, sale e grassi, combinati nelle proporzioni perfette per massimizzare il richiamo e annullare il senso di sazietà. Un cocktail calibrato al milligrammo per farti aprire un altro pacchetto.

I numeri sono preoccupanti: circa il 16% della popolazione mostra una vera e propria “food addiction”. Sintomi? Voglie intense, perdita di controllo, tentativi falliti di ridurre il consumo e, quando si prova a smettere, segni di astinenza: irritabilità, mal di testa, difficoltà di concentrazione.

Il paradosso è che la trappola scatta soprattutto nei più giovani. Bambini e adolescenti sono i primi bersagli, nei Paesi industrializzati già colpiti da tassi record di obesità e sovrappeso.

Come se ne esce? Gli esperti mettono in guardia: vietare del tutto questi alimenti può essere controproducente. Il divieto assoluto rischia di trasformarsi in un’abbuffata fuori controllo.
La strategia più efficace è il consumo rarissimo, consapevole, lento, così da smascherare la loro natura effimera. Un’altra arma è il fai-da-te: preparare in casa dolci e snack, scegliendo ingredienti e dosi. In questo modo, oltre alla salute, guadagna anche il palato.

E per chi vive una dipendenza conclamata, la raccomandazione è chiara: chiedere aiuto. Non è un vizio, ma una condizione che richiede un approccio multidisciplinare – medico, nutrizionista, psicologo – come per qualsiasi altra dipendenza.

Perché qui non si tratta di “avere poca forza di volontà”.
Si tratta di combattere alimenti creati per vincere, e finché non ne riconosceremo la potenza, continueranno a farlo.

di Giorgia Pellegrini

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