Una stanza per sé (e per tutti gli altri)

14 giugno 2026

C’è stato un tempo in cui una stanza custodiva l’intera vita di una persona, e non soltanto perché la ospitava, ma perché ne diventava estensione mentale: la disposizione degli oggetti, i libri lasciati aperti sul comodino, le fotografie sulle mensole, gli abiti sulle sedie. La stanza era un vero e proprio archivio dell’identità.

Quando Virginia Woolf nel 1929 pubblicò A room of one's own (“Una stanza tutta per sé”) disse: «Una donna deve avere denaro e una stanza tutta per sé se vuole scrivere romanzi (A woman must have money and a room of her own if she is to write fiction)». Nel saggio non parlava soltanto di indipendenza economica o privacy, ma della necessità di avere uno spazio personale per la creazione, una scultura di creta da plasmare, stravolgere, riempire, svuotare e ridimensionare a proprio piacimento, un luogo che potesse diventare ora un parco (e magari proprio Regent’s Park in La signora Dalloway), ora l’onda del mare che si infrange sulle coste dell’isola di Skye (Gita al faro) e infine tornare a essere una tranquilla campagna inglese (nel Sussex, per esempio, come in Tra un atto e l'altro).

Tuttavia oggi quella stanza sembra aver assunto confini diversi, più definiti, ristretti, quasi geometrici, sembra essersi trasferita altrove: i parchi, il mare e la campagna sono finiti sul feed di Instagram.

Instagram nasce come piattaforma visiva, ma evolve rapidamente in qualcosa di più complesso: una forma contemporanea di interior design autobiografico. Ogni profilo diventa una stanza mentale allestita pubblicamente, dove l’attenta disposizione di immagini, testo e colori è volta a forgiare una precisa versione del sé. Non si tratta soltanto di condividere foto, reel ed esperienze, ma di dare vita a una memoria digitale. Le storie in evidenza funzionano come piccoli scaffali emotivi – “estate 2025”, “friends”, “me”, “books”, “memories” – non molto diversi dai cassetti o dalle scatole che un tempo regnavano nelle stanze di una casa. 

Nel Novecento l’identità passava spesso attraverso lo spazio fisico: le case degli scrittori, gli atelier degli artisti, persino i tavoli da lavoro diventavano strumenti interpretativi. Basti pensare all’iconica camera da letto di Frida Kahlo o allo studio di Francis Bacon, ambienti caotici, stratificati, quasi impossibili da separare dalle opere al loro interno. Oggi l’equivalente di quegli spazi è il profilo social. Il feed sostituisce la libreria, l’algoritmo la disposizione degli oggetti, eppure permane la stessa tensione curatoriale: scegliere cosa lasciare visibile, cosa nascondere, cosa archiviare.

Esiste però una differenza radicale tra Instagram e Virginia Woolf. La stanza tradizionale proteggeva dall’esterno, il feed, invece, nasce per essere osservato, è, paradossalmente, sia spazio intimo che superficie pubblica, un diario segreto pensato per essere letto da chiunque. Ogni profilo oscilla tra rifugio e performance: da una parte custodisce tracce autentiche – amici, viaggi, frammenti quotidiani – dall’altra crea una visione “aesthetic” della propria vita. 

Forse è proprio questo il cambiamento più significativo che ha subito il concetto di “memoria” nel tempo: una volta ricordare significava conservare, oggi ricordare vuol dire essere ricordati. Eppure, nonostante la tecnologia, resta intatta un’urgenza ancestrale, rimane il bisogno di sfamare – e too feed in inglese significa proprio “alimentare” – quel desiderio profondamente umano di lasciare una traccia di sé nel mondo, di costruire uno spazio capace di sussurrare a pochi amici o urlare a gran voce a tutti chi siamo.

Quindi, è vero, la stanza potrà anche cambiare forma, ma rimarrà sempre il bisogno di abitarla.

di Alessia Folli

Foto e video liberi da copyright

https://www.youtube.com/watch?v=hqeHxup7rM4

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