Monza, la cattedrale della velocità e il Vangelo secondo Verstappen

08 settembre 2025

Monza non è un circuito: è un sacrario. Ogni settembre, sotto i tigli del parco, il rombo delle monoposto diventa preghiera, e il popolo della velocità si inginocchia davanti a un altare fatto di asfalto e leggenda. Ieri, su quell’altare, celebrò la sua messa solenne Max Verstappen.

Il campione olandese ha trasformato il Gran Premio d’Italia in una marcia trionfale. Pole position con il giro più veloce della storia della Formula 1, sorpasso chirurgico su Norris dopo il via, passo da predicatore che conosceva il destino prima ancora di scriverlo. Diciannove secondi di distacco al traguardo non sono stati un risultato: sono stati una condanna. Le McLaren di Norris e Piastri hanno provato a resistere, come soldati valorosi in una battaglia già perduta.

Dietro, la Ferrari ha recitato la parte dell’eroe stanco. Charles Leclerc ha illuso all’inizio, sfilando davanti a Piastri, ma la gloria è durata un amen. Il monegasco ha lottato con coraggio, ha difeso con rabbia, ma la sua gara è rimasta immobile: quarto al via, quarto al traguardo, con Russell e Hamilton pronti a soffiare sul collo. «Mi aspettavo di più», ha confessato, ed è stato il riassunto perfetto di tutta la stagione della Rossa. Sempre a un passo dal sogno, sempre a mani vuote.

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Il pubblico, quello sì, non ha tradito. Centinaia di migliaia di cuori rossi hanno urlato, cantato, sperato. Ma il boato che si aspettava il podio Ferrari si è trasformato in un’eco smorzata, inghiottita dal dominio di Verstappen. Perché Monza, quando non vinci, diventa un giudice crudele.

Intanto la classifica ha scolpito un nuovo ordine. McLaren padrona del Mondiale costruttori con 617 punti, Ferrari e Mercedes a distanza di galassie. In quella piloti, Oscar Piastri e Lando Norris hanno dettato legge, con Verstappen che è risorto terzo incomodo. Giovani che sono cresciuti – Antonelli, nono, e Bortoleto, ottavo – hanno segnalato che il futuro è già qui, pronto a reclamare la sua parte.

Eppure, ieri, il presente ha avuto un solo nome. Verstappen ha firmato la sua 66ª vittoria, la prima Red Bull dell’era post-Horner, e ha salutato Monza con un messaggio semplice e devastante: «La macchina volava». Verbo perfetto per raccontare un pilota che non ha corso, ma si è librato sopra gli altri, come se la gravità non potesse toccarlo.

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Monza è poesia, ma anche tragedia. Qui si consacrano i miti o si bruciano le illusioniVerstappen ha scritto un altro capitolo del suo vangelo personale, McLaren è rimasta l’avversario da battere, Ferrari ha atteso ancora il miracolo che non è mai arrivato. E il popolo rosso, ogni anno più fedele e più ferito, è rimasto lì, a guardare il cielo sopra la parabolica, cercando un segno che ancora non è sceso.

Perché Monza non perdona. Ti elevava al mito o ti inchioda all’incompiuto. Ieri scelse Max. Domani, chissà.

di Giorgia Pellegrini

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