Giovanni Nuti, dedica speciale a “Carla”
11 dicembre 2025
Un nuovo brano (Nar International/Sagapò) toccante e coinvolgente è composto e interpretato da GIOVANNI NUTI su testo di PADRE ALBERTO MAGGI e dedicato a CARLA FRACCI.
- Chi è Giovanni Nuti? Raccontalo a un marziano che arriva sulla Terra.
Giovanni Nuti è un essere umano che usa la musica come fosse un telescopio puntato sull’anima. Non canta per distrarre, ma per ricordare. Viene dal pianeta fragile chiamato “sensibilità” e sulla Terra ha scelto una missione piuttosto complicata: trasformare il dolore in bellezza e la nostalgia in luce. È un musicista, sì. Ma soprattutto è un traduttore: prende ciò che non si vede - l’amore, la perdita, il mistero, la grazia - e lo rende suono. Collabora con i poeti perché sa che le parole, da sole, camminano… ma con la musica volano. Ha viaggiato a lungo accanto ad Alda Merini, imparando che la poesia può salvare la vita e che la follia spesso è solo un modo più profondo di essere lucidi. Oggi continua a cercare ciò che unisce gli esseri umani anche quando credono di essere separati. Se lo incontri, non ti chiederà da quale galassia vieni. Ti chiederà solo se ami. Perché per lui, l’unico vero linguaggio universale non è l’inglese cosmico… è il cuore.
- L'esigenza che hai sentito di dedicare una canzone "A Carla". Cosa ha rappresentato Carla Fracci per te (delicatezza, eleganza, fascino, grazia, intelligenza)?
Carla Fracci per me non è stata solo un’artista immensa, ma un’idea di bellezza che camminava, respirava, danzava. In lei c’erano tutte le qualità che hai citato, delicatezza, eleganza, fascino, grazia, intelligenza, ma fuse in qualcosa di ancora più raro: una naturalezza luminosa, che non faceva scena, faceva verità. Quando abbiamo collaborato nel “Poema della croce”, l’opera sacra sui versi di Alda Merini, in cui la Fracci recitava al mio fianco nel ruolo che fu della poetessa, ho intuito che Carla non interpretava: offriva sé stessa. E in quel gesto così semplice e così assoluto ho riconosciuto una forma di spiritualità laica, fatta di rigore e tenerezza insieme.
"A Carla” nasce dal bisogno di dirle grazie e di affermare che nessuno se ne va davvero: la vita non si spegne, si trasforma. La sua danza, per me, non si è mai fermata. Ha solo trovato un’altra dimensione, un’altra aria in cui continuare a muoversi. Scrivere questa canzone è stato come parlarle sottovoce, sapendo però che lei avrebbe sentito tutto.
- Quanta fatica fai ad andare “in direzione ostinata e contraria”?
La fatica c’è, inutile negarlo. Viviamo un tempo che premia la velocità più della profondità, il rumore più dell’ascolto. Andare “in direzione ostinata e contraria”, come cantava Faber, oggi significa, spesso, accettare di essere meno visibili pur di restare fedeli a ciò che si è. Ma non la vivo come una sofferenza: la vivo come una forma di libertà. Io non ho mai cercato il consenso facile, cerco l’incontro vero. Preferisco una canzone che resti nel cuore di qualcuno a mille che scivolano via in un giorno. Il conformismo in musica porta all’omologazione delle emozioni. Io, invece, continuo a credere che l’arte debba disturbare dolcemente, aprire ferite luminose, non anestetizzare. È una strada più solitaria, sì. Ma è l’unica che so percorrere senza tradirmi.
- Vuoi parlarci dei testi e del tuo incontro con Padre Alberto Maggi?
Padre Alberto Maggi è il mio maestro spirituale. È una di quelle rare persone che riescono ad avvicinare anche chi si dice ateo alla figura di Cristo, perché non predica una religione della paura, ma un Vangelo di libertà, accoglienza e gioia. Con lui ho imparato che il messaggio di Gesù non è giudizio, ma amore radicale. Che il Padre mette al primo posto i bisogni dell’essere umano, non le regole fredde né le appartenenze. Che non esistono esclusi, scarti o vite sbagliate: esistono soltanto persone da amare. Siamo tutti, senza eccezioni, capolavori di Dio. Gesù, prima di chiedere se in una città ci sia un presepe, chiederebbe dove dormono quelli che hanno freddo. Prima di contare le candele accese, porterebbe una coperta. Prima delle parole, verrebbero le mani. Perché Gesù nasce tra gli ultimi, tra chi viene scartato, tra chi non ha voce. Nasce là dove il mondo non guarda. Ed è questo, forse, che anche la politica dovrebbe imparare: che non si governa partendo dalle paure, ma dai bisogni reali delle persone. Che la misura dell’umanità non è il decoro, ma la cura. Ogni volta che ascolti Padre Maggi, non assisti a una messa, ma a una festa dell’anima. Io parlavo spesso a Carla di Padre Maggi, al punto che iniziò a leggere tutti i suoi libri e in seguito divennero amici. Quando Carla Fracci ci ha lasciati e mi fu chiesto di ricordarla al funerale, avvertii il bisogno di affidarmi a una parola che venisse da più lontano. Così mi sono rivolto a lui e lui mi inviò il testo “A Carla”, che io lessi in diretta Rai. Quelle parole mi attraversarono come una rivelazione. Non parlavano di fine, ma di compimento. Non di separazione, ma di continuità. Ricordo che anche Beppe Menegatti, marito di Carla Fracci e suo figlio Francesco si emozionarono profondamente ascoltando quella lettura. Dopo, quasi naturalmente, sentii che quelle parole chiedevano musica. Non per essere “una canzone”, ma per diventare respiro, carezza, presenza. Così è nato “A Carla”, che è stato arrangiato con grazia e sapienza da Stefano Cisotto con la sezione d’archi di Simone Rossetti Bazzaro. Feci ascoltare il brano a Beppe Menegatti, che l’apprezzò molto. A lui venne l’idea di farlo diventare anche un video e per questo mi ha messo a disposizione dei filmati inediti con brani di repertorio dei balletti di Carla. Un regista amico, Matteo Pelletti, con la supervisione di Menegatti, li ha poi montati con immagini mie e di Carla del “nostro” “Poema della croce” nella Chiesa di San Marco a Milano, ed è nato così anche il video-clip in cui l’étoile danza per sempre nella luce sulle mie note.
- L’espansione, l’energia che resta, il senso di essere eterni: cosa ti fa pensare?
Mi fa pensare che siamo molto più grandi della nostra storia visibile. Che ciò che chiamiamo “fine” è spesso solo un cambio di stanza, non una scomparsa. L’energia non muore: si trasmette, si trasforma, continua a parlare nei gesti, nei sogni, nella nostalgia che diventa luce. Credere di essere eterni non significa illudersi, ma vivere con più responsabilità e più amore. Sapere che nulla va perduto rende ogni incontro sacro, ogni parola importante, ogni addio meno definitivo. Io sento che ciò che resta non è un’ombra, ma una presenza diversa. Più sottile, più libera. Ed è questa percezione che mi ha portato a musicare e cantare “A Carla”: non come un congedo, ma come una porta che si apre. Se esiste un’eternità, non è lontana: abita il modo in cui amiamo.
- Cosa c’è “dietro l’angolo” per Giovanni Nuti?
Sto lavorando al mio nuovo album, che è ormai in fase di ultimazione. È un lavoro a cui tengo profondamente perché nasce da testi inediti della mia amatissima Alda Merini e di Giorgio Manganelli, grande scrittore e poeta del Novecento, nonché suo amore e mentore. Come ha detto Vincenzo Mollica, non esiste in Europa un sodalizio così importante e duraturo tra poesia e musica come quello che mi ha legato ad Alda Merini. Questo disco ne è una nuova conferma e si intitolerà “Usa la tua pazzia”: un invito alla libertà dell’anima e al coraggio di essere se stessi. Oltre al nuovo album, a fine gennaio riprenderò con Monica Guerritore lo spettacolo “Mentre rubavo la vita”, su testi di Alda Merini che ho musicato. Monica arriva dal grande successo del suo film “Anna”, dedicato alla vita di Anna Magnani, alla cui colonna sonora ho collaborato come autore. Sul palco, con la sua voce e la sua intensità, emoziona il pubblico come emozionava la Magnani: con verità, passione e carne viva. Riprenderò anche il “Poema della croce”, l’opera sacra su testi di Alda Merini e musiche mie, con una grande orchestra e quattro cantori lirici: un progetto che unisce spiritualità, parola e potenza sinfonica. Musica, teatro, parola: dietro l’angolo c’è ancora un viaggio. Ed è un viaggio che voglio continuare a fare insieme al pubblico.
"A CARLA"
(testo di padre Alberto Maggi/musica Giovanni Nuti)
È bene per voi che io me ne vada
faccio mie le parole di Gesù.
La separazione fisica non è assenza,
ma una presenza ancora più intensa
non sono lontana, ma ancora più vicina.
Per questo non dite di me
“non è più!”, ma “è di più”,
perché come il chicco di grano
liberando tutte le sue energie
si trasforma in una spiga dorata
nel trapasso mi sono incontrata
con il Dio-Luce che non mi ha assorbito in lui,
ma sono stata io ad accoglierlo.
E questa luce divina
dilaterà la mia esistenza
in un crescendo senza fine,
senza fine.
Gesù ha assicurato che il Padre
prende dimora in chi lo ama,
per questo con la morte
non sono andata in cielo,
perché il cielo era già in me
e rendeva la mia esistenza indistruttibile.E ora continuerò a crescere
perché continuerò ad amarvi,
e come sta scritto:
“Dimorerò nelle altezze di quel mondo
sarò simile agli angeli, somigliante alle stelle,
mi trasformerò in qualsiasi forma vorrò,
di bellezza in grazia, di luce in splendore
di gloria”.
E quando volete ricordarmi,
per favore, non dite mai
“la povera Carla...”, ma “Beata Carla!”
e ora regalatemi il vostro sorriso,
e ricordatemi con il mio.
di Vittorio Esperia
Foto e video liberi da copyright
https://youtu.be/w8o4HyHLLI8?si=QqRk2k07FyeOb9q
https://youtu.be/XGUP_uaXuOk?si=5Bg0SgQIUSoFgPz
https://youtu.be/opvBp59vOpo?si=fqE4qxx35d_wb9-B
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