Una battaglia dopo l'altra, una vera rivelazione
18 aprile 2026
Uscendo dalla sala, non ho acceso il telefono. Mi sono fermata, perché Una battaglia dopo l’altra non finisce con i titoli di coda. Ti resta addosso come polvere dopo un’esplosione e la domanda è semplice, quasi brutale: il cinema può ancora colpire così?
La risposta, questa volta, è sì.
Paul Thomas Anderson costruisce un film che non si limita a raccontare, ma assalta. Prende un genere, anzi, più generi: action, thriller, western, commedia grottesca; e li fa collidere fino a farli esplodere. Il risultato è un’opera disordinata solo in apparenza, ma attraversata da una coerenza profonda: quella della vita.
La storia segue Bob Ferguson, interpretato da un Leonardo DiCaprio sorprendentemente fragile, lontano anni luce dall’eroe classico. Ex rivoluzionario che vive ai margini con sua figlia Willa, cercando di sopravvivere più che di vivere. Ma quando il passato torna, sotto forma del colonnello Lockjaw, tutto ricomincia a muoversi e da lì il film accelera.

L’inseguimento nel deserto è puro cinema. La strada si piega, ondeggia, sembra liquefarsi sotto il caldo. La macchina da presa stringe, si avvicina, quasi soffoca i personaggi. Non è solo una fuga: è la rappresentazione fisica del loro smarrimento. Non c’è direzione, solo movimento.
Eppure Anderson è troppo intelligente per fermarsi allo spettacolo.
C’è una scena iniziale che non si dimentica: Perfidia Beverly Hills, incinta di nove mesi, che spara con un fucile d’assalto durante un’incursione. È un’immagine disturbante, potentissima, che contiene già tutto il film: rivoluzione, contraddizione, vita e distruzione nello stesso gesto. Poi ci sono i momenti più silenziosi, i più veri.

Bob che vaga confuso, incapace perfino di ricordare la risposta alla domanda in codice del suo vecchio gruppo: “Che ore sono?”.
La risposta, “Il tempo non esiste, ma ci controlla sempre”, non è solo un enigma, ma una condanna. È il ritratto di una generazione che ha perso la direzione.

Accanto a lui, il Sensei interpretato da Benicio del Toro è forse il personaggio più luminoso: calmo, ironico, radicato nella realtà. Non fa discorsi rivoluzionari, ma aiuta, insegna, resiste. È la prova che esiste un altro modo di combattere: quello quotidiano, invisibile.
Dall’altra parte, il colonnello Lockjaw: un Sean Penn disturbante e grottesco che incarna un potere ridicolo e feroce allo stesso tempo. Non è un grande villain. È peggio: è un uomo vuoto che si aggrappa al potere per esistere.
Ed è qui che il film colpisce davvero. Perché Una battaglia dopo l’altra non parla solo di rivoluzione. Parla del suo fallimento, di cosa resta quando le idee si consumano, quando il mondo non cambia, quando tu stesso non sai più chi sei.
Tuttavia non è un film disperato. Anzi. C’è una forza ostinata che attraversa tutto: nei gesti piccoli, nei legami, nella relazione tra Bob e sua figlia. La vera battaglia non è più contro il sistema, ma per restare umani. Per esserci. Per non spegnersi.
Tecnicamente, il film è impressionante: la regia è fluida, nervosa, sempre in movimento; la colonna sonora di Jonny Greenwood accompagna senza mai rassicurare; il montaggio tiene insieme un caos che non crolla mai davvero.
Ma quello che resta non è la tecnica: è la sensazione.
Quella di aver visto un cinema che non ha paura di essere imperfetto, e proprio per questo è vivo. Un cinema che non ti dà risposte, ma ti costringe a farti domande.
Come scriveva Cesare Zavattini, “fare un film è un atto sociale”. Anderson sembra ricordarcelo, senza retorica: la rivoluzione forse fallisce, ma la possibilità di scegliere da che parte stare no.
E allora, usciti dalla sala, resta solo una cosa da decidere.
Se continuare a guardare o iniziare, finalmente, a combattere.
di Giorgia Pellegrini
Foto e video liberi da copyright https://www.youtube.com/watch?v=PyGCq0T7icw
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