2064 anni fa muore Giulio Cesare - Alla fermata del tram...14/3/2020

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2064 anni fa muore Giulio Cesare - Alla fermata del tram...14/3/2020

di Giovanni Curatola

Furono gli scavi epoca fascista nell’attuale Largo Argentina (Roma) a riportare alla luce, vicino i templi sacri, anche il porticato e il muro di cinta della Curia di Pompeo, facendo così definitiva chiarezza sull’ubicazione di quella che furono l’“Area Sacra” e il “Campo Marzio” dell’antica Roma. Una volta individuato il luogo in cui sorgeva la Curia (dove occasionalmente si riuniva il Senato al posto del consueto Campidoglio), è stato così possibile risalire, con approssimazione di pochissimi metri, al punto esatto in cui fu assassinato Giulio Cesare. E’ notizia recente (del sindaco Virginia Raggi) che questo luogo, per secoli sconosciuto e ignorato dalla popolazione romana e dai turisti e dove fino a poco tempo fa sorgeva il capolinea del tram n.8, sarà dopo qualche piccolo restauro del caso aperto al pubblico.

Sottratti alle rivisitazioni romanzate, cinematografiche e teatrali (famosissima, bellissima ma assai fantasiosa quella di Shakespeare), gli ultimi istanti di vita emergono realmente quali furono dalle 5 testimonianze lasciate all’epoca da Svetonio, Tito Livio, Plutarco, Appiano, Cicerone e Velleio Patercolo. Sulla dittatura di Cesare, iniziata sul finire del 49 a.C. quando varcò il Rubicone per marciare contro il Senato romano e cacciar via da lì il suo ex collega triumviro Pompeo, si sono scritti fiumi d’inchiostro. Come sempre accade per ogni dittatura, la storiografia si divide o comunque non è mai concorde (salvo rarissime eccezioni) nel definirla all’unisono benevola o tirannide. Al di là dei giudizi, restano le profonde riforme della società, della vita pubblica dell’esercito, dell’economia e della politica romane apportare da Cesare (fra spedizioni militari in Spagna ed Albania e la pacificazione dell’Africa mediterranea). Assai gradito (risulta) dalla popolazione (con cui era solito dividere i bottini delle sue conquiste e a cui offrì giochi e manifestazioni sportive, banchetti pubblici e rappresentazioni teatrali senza precedenti), venerato dai suoi legionari (con cui condivideva stenti, cibo e giacigli), amministratore attento e oculato, stratega militare senza eguali (completò in un lampo l’annessione della Gallia e dell’Egitto), magnanimo e clemente fino all’irritazione dei suoi verso i suoi avversari (pompeiani in primis), grande artefice della rinascita architettonica dell’Urbe, grande amante dei piaceri della vita (donne incluse) ma modesto al punto di saperne pure rinunciare.

Invidia, rancore personale e sete di potere camuffate da desiderio di liberare Roma dalla tirannide, portarono il 15 marzo del 44 a.C. (Idi di marzo) alla congiura di una sessantina di senatori ai suoi danni. Dovevano far presto: 2 giorni dopo Cesare sarebbe partito da Roma. E tolto di mezzo il “tiranno”, la Repubblica Romana anziché rinascere sprofondò paradossalmente in un disordine sociale, un’anarchia politica e una debolezza militare da cui ne uscirà a fatica e dopo un bel po' di tempo.

Un mese prima dell’uccisione di Cesare, l’aruspice Spurinna gli predisse che nei prossimi 30 giorni, fino alle Idi, la sua vita sarebbe stata in serio pericolo. Spavaldo com’era, il dittatore non le diede conto. Anzi, proprio la mattina del 15, a casa di Domizio Calvino dover si trovava pure Spurinna, Cesare la investì dicendole che le Idi erano arrivate. “Si, - rispose l’aruspice - ma non sono ancora passate”. Tanto sarebbe bastato a consigliare prudenza a Cesare, che poche ore dopo era atteso in Senato per discutere questioni di media importanza. A ciò si aggiunga che la stessa moglie del dittatore, Calpurnia, aveva la notte prima sognato la morte del marito, e che i sacrifici ordinati quel giorno erano risultati tutti sfavorevoli (era in uso a quei tempi uccidere animali per offrirli alle divinità, e analizzandone gli interiori si traevano segni premonitori nell’uno o nell’altro senso).

Invitato a disertare il Senato, dove già i senatori congiurati stavano giungendo col pugnale sotto la tunica, per un attimo anche Cesare fu titubante. Non si sentiva molto bene, e probabilmente sarebbe rimasto a casa se Decimo Bruto, uno dei maggiori congiurati, non lo avesse convinto ad andare per non offendere i senatori convocati dallo stesso Cesare e già presenti in Senato, che avrebbero potuto malignare su di lui per un’indisposizione che sarebbe suonata come finta o l’avrebbero considerato debole e addirittura deriso per non essersi presentato solo a causa di un brutto sogno della moglie. Mosso nell’orgoglio, il dittatore accettò e poco prima di mezzogiorno si presentò in Senato. La congiura prevedeva che i reparti militari più fedeli a Cesare fossero in quel giorno tenuti lontano dal Senato coi più svariati motivi, e che i senatori più vicini al dittatore (come Antonio) fossero intrattenuti fuori (del compito si occupò il congiurato Trebonio).

Seduto sullo scranno da pochi minuti, Cimbro strinse a un certo punto la toga di Cesare verso il basso, impedendogli di alzarsi. “Ma questa è violenza!” esclamò il dittatore, come concordano le 5 fonti più autorevoli del misfatto. E furono probabilmente le sue ultime parole, perché la frase “Pure tu, Bruto, figlio mio…!” gliela metterà teatralmente in bocca Shakespeare secoli dopo, ma Cesare non la pronunciò mai. La scena del delitto si svolse assai più rapidamente di quanto fantasiosamente ricostruito a posteriori. Dopo il “là” di Cimbro, fu Publio Servilio Casca (tutti amici di Cesare dei quali egli non poteva certo diffidare) a sferrare la prima pugnalata. Mirò al collo, ma Cesare la neutralizzò. “Empio Casca, che fai?” avrebbe forse detto Cesare incredulo. Ma lo riferisce solo Plutarco: Svetonio, Appiano e gli altri, pur dilungandosi in ogni particolare, non ne fanno cenno. Tutti però concordano sul fatto che Cesare tentò di difendersi, ma i congiurati l’avevano circondato e in pochi secondi ricevette pugnalate da ogni lato. Ferito e sanguinante al volto e alla tonaca, tentò di liberarsi dalla morsa ma fece solo pochi metri, cadendo contro il basamento della statua di Pompeo (al centro dell’aula) dove i pugnali di Bruto e Cassio lo finirono. Mettendo insieme le varie ricostruzioni, dovevano essere le 12.10/12.15 circa. Fra i senatori, sia congiurati che non, ci fu subito uno scomposto fuggi fuggi; i primi per paura di essere uccisi dai soldati di Cesare, i secondi per paura di fare la fine del dittatore. Che rimase beffardamente lì, solo ed esanime, ai piedi della statua del suo più fiero nemico.

Dopo la seconda guerra mondiale, alludendo a un dittatore di casa nostra, facendo un parallelo con l’antica Roma scriverà lo scrittore francese Claude Farrère: “Alcuni italiani si sono vendicati di un capo troppo grande per loro. Duemila anni or sono, per le stesse ragioni, venne ucciso Giulio Cesare…”

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