Giampaolo Pansa e certe verità scomode1935-2020

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Giampaolo Pansa e certe verità scomode1935-2020

di Giovanni Curatola

Ci lascia un giornalista, scrittore e storico di razza, uno dei migliori tra quelli d’alto livello che erano rimasti in circolazione. “Corriere della Sera”, “Repubblica” (di cui fu anche vice-direttore), “La stampa”, “Il Giorno”, “Il Messaggero”, “Epoca”, “L’Espresso”, “Panorama”: i quotidiani e i periodici di maggior spessore del panorama nazionale se li era girati praticamente tutti, lasciando in ognuno l’impronta della propria serietà, del proprio acume, della propria meticolosità ed obiettività con cui indagava e scriveva. Parliamo di Giampaolo Pansa, classe 1935, deceduto lo scorso 12 gennaio. Per 40 anni aveva denunciato scandali, tangenti e dintorni, occupandosi di storia, politica, e costume. Dagli anni ’70 (golpe Borghese) ad oggi (Salvini), passando per Tangentopoli e la denuncia di un’Italia che non c’è più, lentamente ed inesorabilmente svenduta pezzo per pezzo ad aziende estere. Ma il suo nome resterà probabilmente legato principalmente al revisionismo del periodo storico 1943-45: quello dell’Italia spaccata in due e della guerra civile che dall’8 settembre al dopo (molto dopo) “liberazione” continuò ad insanguinare barbaramente (e gratuitamente) il paese.
Antifascista da sempre, formatosi politicamente a sinistra, dopo i primi lavori sulle gesta della Resistenza nella sua area piemontese ligure proseguì sull’onda storica con qualche saltuario saggio su Salò e un bel romanzo in tema pur senza pretesa saggistica (“Ma l’amore no”, 1994). Gli ultimi 17 anni della sua vita, intervallati qua e là da qualche saggio sui tempi attuali, li ha dedicati al ristabilire tante verità scomode sul periodo della guerra civile. Un revisionismo di cui Pansa non è stato certo il precursore (già Pisanò ed altri si erano presi la scottante briga di riportare alla luce le nefandezze “rosse” di quegli anni), ma che per non stridere troppo col pensiero ufficiale era a lungo rimasto minimizzato se non addirittura ignorato. Mancava un letterato di spessore che, dall’alto del sua notorietà e soprattutto in virtù della sua estrazione politica, possedesse quella patente di credibilità ulteriore per spiattellare a tutti e a voce alta quello che era sempre rimasto confinato nei ristretti circuiti neofascisti o tra i familiari delle tante vittime di quei massacri. E a far da cassa di risonanza più grande e autorevole delle precedenti è stato Giampaolo Pansa.
Senza mettere in dubbio la necessità storica della Resistenza e la sua portata morale (non militare, pressoché insignificante), Pansa non ha avuto remore a dividerne nettamente la sua “fetta” non comunista (cattolica, azionista, liberale e democristiana) da quella “rossa”, che in virtù della sua miglior organizzazione militare e spietatezza nel voler raggiungere i propri obiettivi, finì per monopolizzare l’intero movimento, mettendo a tacere (non di rado, con le stesse armi usate contro i fascisti) l’altra “fetta” più moderata, o comunque non comunista. Due Resistenze dunque, non una sola, divergenti e concorrenti in tutto, a partire dai fini. Che solo per una delle due furono quelli, oggi nobilmente e universalmente intesi, di contribuire alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo per puro amore della libertà e per restituirla alla democrazia. Al contrario, obiettivo della Resistenza “rossa” era null’altro che traghettare l’Italia nell’orbita sovietica, sostituendo il fascismo con una dittatura ben più opprimente e sanguinaria. Altro che libertà! E per far questo, occorreva scatenare quella feroce guerra civile tra italiani che difatti fu freddamente pianificata e barbaramente messa in atto attraverso i Gap (cellule “rosse” di terroristi professionisti) e la loro escalation inarrestabile di attentati, imboscate, assassinii a sangue freddo o alla schiena che esasperassero tedeschi e fascisti fino alle reazioni e rappresaglie che ben conosciamo e che tornavano utilissime al disegno comunista. Nel riconoscere e rimarcare ciò, Pansa non ha affatto riabilitato il fascismo, come l’ignoranza e la faziosità di certi suoi detrattori vorrebbe, e ai quali egli dedicò, a pochi mesi dalla morte, l’ultimo suo, provocatorio lavoro (“Quel fascista di Pansa”, 2019). Occuparsi anche dei vinti di Salò come nessun altro storico di fama aveva volutamente mai fatto, analizzando le ragioni della loro scelta (“I figli dell’aquila”, 2002) non è equivalso per Pansa a condividerne la loro motivazione e la loro politica. Ascoltare l’altra campana non è, in generale, per uno storico degno di tale nome, un optional. Né significa voler mettere necessariamente sullo stesso piano due fazioni opposte dandogli eguale credibilità. E’ piuttosto lo sforzo di ripristinare una verità quanto più oggettiva (purché provata e documentata) e super partes possibile.
L’uscita del libro di Pansa “Il sangue dei vinti” (2003) e via via dei suoi successivi “Sconosciuto 1945” (2005), “I vinti non dimenticano” (2010), “La guerra sporca dei partigiani e dei fascisti” (2012), “Bella ciao” (2014), “Il mio viaggio tra i vinti” (2017) e “La repubblichina” (2018), oltre a costituire un indubbio successo editoriale ha sollevato un’ondata di prevedibile indignazione negli ambienti politici e in associazioni come l’ANPI. Perché portare alla ribalta quella lunga e tremenda scia di sangue concomitante e successiva alla “Liberazione” dell’aprile 1945 non è stato solo un oltraggio a chi riteneva (ed evidentemente ritiene ancora) un fascista un non-uomo, pertanto non meritevole né di pietà, né di sepoltura (come per molti fu), né di cenno postumo. E’ stato qualcosa di più, e ancor più pericoloso. E’ stata la messa in discussione di ciò su cui si poggia l’Italia di oggi, “nata dalla Resistenza”. Non, ripetiamo, dei valori della Resistenza in sé, ma della consistenza, delle modalità, delle dinamiche e dei fini per cui ed entro cui si è mossa “certa” Resistenza, quella “rossa”. In altri termini, la fine della favoletta insegnata ancora a scuola che vuole la Resistenza un’unica, corale e compatta lotta di popolo contro il nazifascismo. Favoletta di cui il PCI d’allora si assunse la paternità e ancor oggi dura a morire, come il buon Pansa, antifascista intellettualmente onesto, aveva testimoniato qualche anni fa nei suoi “Prigionieri del silenzio” (2004), “La grande bugia” (2006) e “I gendarmi della memoria”  (2007).

Giampaolo Pansa, Casale Monferrato 1 Ottobre 1935 - Roma 12 Gennaio 2020 

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