FRATELLI « ADOTTIVI » D’ITALIA

02 dicembre 2017

di Raffaella Bonora Iannece

"Fratelli d’Italia
L’Italia s’è desta,
Dell’elmo di Scipio
S’è cinta la testa.
Dov’è la Vittoria
Le porga la chioma,
Ché schiava di Roma
Iddio la creò."

Quante volte l'abbiamo cantata? Soprattutto durante i mondiali di calcio? Innumerevoli volte, l'abbiamo imparata a memoria alle elementari e da allora, già dalle prime note, c'era subito chiaro che stavamo ascoltando il nostro Inno Ufficiale: l'Inno di Mameli. Ebbene... le cose non stavano proprio così, infatti l'Inno di Mameli, che in realtà si chiama "Il Canto degli Italiani", è diventato nostro inno Ufficiale solo lo scorso 16 Novembre, quando la commissione Affari costituzionali del Senato ha approvato il ddl per la sua istituzionalizzazione. Fino ad allora si trattava di un inno provvisorio. Ma come! La nostra amata "fratelli d'Italia" provvisoria? Ebbene si, provvisoria, criticata e combattuta. Goffredo Mameli la scrisse nel lontano 1847, allora era un giovane studente e fervente nazionalista in un contesto storico caratterizzato da quel patriottismo che preannunciava i moti del 1848 e la prima guerra d'indipendenza. Era il 10 settembre, per Giosuè Carducci si trattava dell' 8 settembre in verità « […] Fu composto l'otto settembre del quarantasette, all'occasione di un primo moto di Genova per le riforme e la guardia civica; e fu ben presto l'inno d'Italia, l'inno dell'unione e dell'indipendenza, che risonò per tutte le terre e in tutti i campi di battaglia della penisola nel 1848 e 1849 […] », ma comunque il mazziniano, giacobino, repubblicano autore genovese si ispirò ai moti della rivoluzione francese di libertà, uguaglianza e fratellanza, alla celebre Marsigliese e all'inno greco scritto qualche decennio prima. Inviò i versi al noto compositore Michele Novaro che la musicò il 24 Novembre del '47, precisiamo: 1847.  « […] Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all'inno, mettendo giù frasi melodiche, l'un sull'altra, ma lungi le mille miglia dall'idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po' in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c'era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d'un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l'originale dell'inno Fratelli d'Italia […] » (Michele Novaro) Canto degli Italiani, Fratelli d'Italia, Inno di Mameli, Canto nazionale, Inno d'Italia, chiamiamola come vogliamo, fatto sta che divenne il canto più popolare del risorgimento, oggi diremmo che si piazzò ai primi posti delle classifiche musicali. L'inno debuttò il 10 Dicembre 1847 a Genova, quando fu presentato sul piazzale del Santuario della Nostra Signora di Loreto per la commemorazione della rivolta del quartiere genovese di Portoria contro gli occupanti asburgici e fu suonata dalla Filarmonica Sestrese davanti a una parte di quei trentamila patrioti giunti da tutt'Italia per la manifestazione.  Purtroppo dopo l'Unita d'Italia del 1861 i Savoia la sostituirono con la Marcia Reale, il Canto degli Italiani era troppo poco conservatore, un po' come scegliere oggi un brano rap come inno insomma, e poi non era in linea con la visione monarchica del Regno d'Italia. Il brano d'altronde era stato già censurato dalla polizia sabauda nel 1848 e vietato dalla polizia austriaca che ne considerò il cantarla REATO POLITICO, cosa che durò per un bel po' di tempo, fino alla prima guerra mondiale, ma il popolo continuava a preferirla. Per Mazzini la musica era troppo poco marziale ed ebbe da ridire anche sul testo, tanto che commissionò un nuovo brano, nel 1848, a Mameli con musica di Verdi. Ne uscì "suona la tromba" che per fortuna non piacque a Mazzini e quindi l'Inno d'Italia rimase quello che ormai conosciamo tutti.  L'Inno iniziò a spopolare, veniva cantato a moltissime manifestazioni, veniva cantato da chiunque anche grazie alla sua orecchiabilità, un po' come i tormentoni estivi insomma, solo più longeva. La cantarono gli insorti durante le cinque giornate di Milano, veniva suonata per la promulgazione dello statuto Albertino, durante la breve Repubblica Romana Giuspeppe Garibaldi la fischiettava allegramente. La censura sabauda? Inutile, si sa, per rendere celebre qualcosa bisogna vietarla, questa regola si applicò anche al nostro Inno.

Addirittura nel 1916 Nino Oxilia diresse il film muto "L'Italia s'è desta" rimarcando un noto verso del canto. Il nostro Inno però non fu perdonato dai fascisti, che proibirono nel 1932 tutti i brani non inneggianti a Mussolini: « […] Vieto in modo assoluto che si cantino canzoni o ritornelli che non siano quelli della Rivoluzione e che contengano riferimenti a chiunque non sia il DUCE […] » (Achille Starace). Nel '43 ci fu l'armistizio e allora... no nemmeno a quel punto, fu scelto come inno provvisorio "la canzone del Piave", ma riecheggiava già Fratelli d'Italia al Sud, fra i paesi liberati dagli Alleati. Si aprì una disputa "quale scegliamo come inno fra Va pensiero di Verdi, un nuovo brano da creare per l'occasione, il Canto degli Italiani, l'Inno di Garibaldi e La canzone del Piave?" Quale fu scelta secondo voi? Esatto! Ma non è finita qui! La nostra povera song, che aveva superato le guerre d'indipendenza, i moti del 48, le cinque giornate di Milano, la monarchia, il fascismo, ben due guerre mondiali, iniziò ad esser criticata a destra e manca tant'è che nel 1950 fu addirittura indetto un sondaggio radiofonico per scegliere la preferita dal popolo italico (vinse Va pensiero), bandito un concorso pubblico per la stesura di un nuovo brano (ma arrivarono solo componimenti illegibili) e addirittura la Rai lanciò un sondaggio. Fu additata troppo di destra, Craxi e Bossi ne chiesero la sostituzione ma non ci fu nulla da fare. Solo Carlo Azeglio Ciampi spezzò una lancia in suo favore dichiarando che « […] È un inno che, quando lo ascolti sull'attenti, ti fa vibrare dentro; è un canto di libertà di un popolo che, unito, risorge dopo secoli di divisioni, di umiliazioni […] » (Carlo Azeglio Ciampi) Il nostro Inno di Mameli ha superato la prova radiofonica, televisiva, politica oltre a quella del tempo. Lo hanno odiato in tanti, ma il numero degli italiani che lo hanno amato e lo amano tutt'ora supera di gran lunga il numero di quelli che lo hanno deriso. E oggi possiamo finalmente dire che Il Canto degli Italiani ce l'ha fatta, è diventato l'inno d'Italia, con i suoi versi che ci invitano ad essere tutti fratelli perchè siamo parte di un unico grande popolo che discende dalla dorata stirpe romana. Lui lo ha capito, l'inno intendo, e noi ?

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News » NOTE D'ARTE di Raffaella Bonora Iannece - Sede: Nazionale | sabato 02 dicembre 2017