Claudio, il mio amico "Ghiro"1964-2011

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Claudio, il mio amico "Ghiro"1964-2011

di Aldo Boraschi

Era un mio amico. Niente a che vedere con affinità culturali e roba del genere; era uno di quelli con cui sono cresciuto assieme. Roba di palloni Rifle, saracinesche svirgolate e bestemmie. E poi, cazzotti, serate ad alta gradazione alcolica e carte da briscola. Sta di fatto che, adesso, ci vedevamo una dozzina di volte all’anno e ci lasciavano un po’ alticci dalla troppa birra e con una dose di buonumore che ci durava per la volta a venire.

Eravamo una strana crasi umana; non l’articolo il, ma l’incarnazione del concetto stesso. Il Ghiro era cordiale, estroverso. Bellissimo, bello da far paura, bello da far male.

Ai più, invece, io apparivo lontano; e le ragazze erano incuriosite da quella distanza, che loro chiamavano tristezza – o incidentalmente inquietudine.

Camminavamo spesso.

Spesso in silenzio, arroccati nei nostri pensieri. Tutti e due aggrappati alle nostre solitudini.

Ci raccontavamo, poi, ogni giorno sogni diversi, terre sconosciute – terre promesse, irraggiungibili.

Lontane.

Claudio ha cercato di insegnarmi un sacco di cose, ma io non imparato niente: non ho mai avuto il fisico, non dico la testa, per stargli dietro. Ha provato a spiegarmi cose che si imparano all’università della vita, con docenti di strada e testi che si imparano per via orale. Ma io niente, duro come il marmo di Carrara. Per me faceva parte di una aristocrazia proletaria che non ne esisteranno più. Regole ferree da applicare alla vita, senza che nessuno ti obblighi a farle; aveva la sua Costituzione a cui attenersi. Non aveva bisogno di interposte persone. Claudio, “il Ghiro” era fatto così. Prendere o lasciare. Io ho preso, da sempre.

Ghiro non aveva tante parole. Io sì, ne uso un sacco, anche se di molte non ne conosco il significato, ma le uso lo stesso – e questo è un mistero.

Ecco, un’altra cosa: mi ha insegnato il senso della parola dolore. E morte: la terrificante semplicità della parola morte. Così, forse senza neanche saperlo, ho cancellato l’incapacità verso la tragedia e la predisposizione alla forma minore del dramma. Mi hai fatto accettare la realtà del dramma, Ghiro, abbattendo così il muro del dolore misurato.

Il piccone che ha sgretolato il muro è stata quella morte, oggetto misterioso, piaga scagliata dall’alto, senza logica – senza ragione.

Lui era un palo di querciolo piantato in mezzo alla mia vita. C’era, semplicemente. C’era anche quando non lo vedevo. Cosa ci sta a fare lì? A prendere colpi e a resistere ai colpi per l’eternità. E a ammaccare un bel po’ di quelli che ci si sbattono addosso, anche se poi nessuno ha piacere di andarlo a dire in giro che le ha prese da quel palo matto.

A me Claudio ha sempre sorriso. Sempre. E questa è una cosa bellissima. Anche l’ultima volta. Mi ha detto: mi sa che stai prendendo una brutta piega, mi sa che prima o poi quelli lì ti fregano. Apri gli occhi, coglione.

Ma non so perché sto lì a prenderle, anch’io come te. Anche perché non ho la tua testa, ma nemmeno il tuo fisico.

Non lo so.

O forse sì, e te lo spiego, amico mio: io sono un contadino, anche se non ho la pazienza né i trucchi di chi veramente la terra la coltiva. Credo nel rito fondativo della semina e vivo speranzoso nella ciclicità del tutto. Credo ciecamente nell’equazione tra fatica e raccolto. Così, quando cado a terra, mi rialzo, e torno indietro con il passo stolto e cocciuto del contadino. Pronto a seminare un’altra volta. Pronto a riattivare gli anticorpi per un’altra tempesta di grandine che mi rimetterà in ginocchio. Ma da quel maledetto giorno, mi manca un attrezzo per muovere le zolle della mia terra. Il mio orto si sta inaridendo sempre di più.

Devo lavorare senza attrezzi, a mani nude, sentendo l’ostilità dela terra attraverso le mie mani.

Ho paura.

Ora ho paura.

Adesso ho troppa paura a stare lì, da solo, in mezzo alla strada. In mezzo al mio orto. Senza difese. Proverò a resistere ancora un po’. Poi, lo so, mi prenderanno nel sonno.

Così, come hanno fatto con te…

 

Claudio Dallara,  Lucerna (CH) il 18/11/1964 - Borgo Val di Taro (PR) 25/05/2011

 

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